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INTERNATIONAL CENTER OF SACRED MUSIC

NOVITA' DISCOGRAFICHE DI MUSICA SACRA

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E' possibile pubblicizzare in questa pagina CD di Musica Sacra (corale, strumentale ed organistica)
inviando una copia del CD. Il Centro provvederà a pubblicare su questa pagina una breve descrizione dell'opera.
La pubblicizzazione è gratuita!

... UNA VETRINA SUL MONDO ...

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December 2006. In quattro preziose Cantate di Bach gioia e dolcezza del Santo Natale. Nel 2000, in occasione del Grande Giubileo e del 250° anniversario della morte di Johann Sebastian Bach (1685-1750), la formazione vocale del Monteverdi Choir, quella strumentale degli English Baroque Soloists e il loro direttore John Eliot Gardiner hanno intrapreso una sorta di pellegrinaggio musicale sulle orme del compositore di Eisenach - intitolato appunto «Bach Pilgrimage» - durante il quale hanno eseguito e contemporaneamente registrato, seguendo rigorosamente il calendario liturgico, l'integrale delle sue Cantate sacre; un progetto ciclopico e ambizioso, la cui edizione discografica completa è tuttora in corso di pubblicazione da parte dell'etichetta fondata dallo stesso Gardiner, la «Soli Deo Gloria» (distribuita in Italia da Jupiter), che deve il suo nome alla sigla che Bach apponeva in calce alla partitura di ogni singola Cantata in segno di devozione e ringraziamento. Il quindicesimo volume della raccolta è incentrato su quattro poco frequentate composizioni dedicate alle Festività natalizie che appartengono ai grandi cicli di Lipsia (1723-25) con cui il Kantor onorava settimanalmente il suo impegno musicale per la Thomaskirche: le Cantate BWV 64 «Sehet, welch eine Liebe», BWV 57 «Selig is der Mann», BWV 133 «Ich freue mich in dir» e BWV 151 «Sußer Trost, mein Jesus kömmt». Quest'ultima viene inaugurata da un'incantevole aria per soprano, flauto traversiere e archi che - secondo le parole tratte dal diario con cui il direttore d'orchestra ha seguito concerto dopo concerto il suo tour de force bachiano - apre una duplice domanda sul profondo significato del suo messaggio: «è la Vergine Madre in persona che canta una ninnananna per il suo bambino appena nato o si tratta di un semplice conforto offerto al fragile credente attraverso la venuta di Gesù sulla terra?». La risposta va cercata nella cura, nell'abbandono e nell'immedesimazione con cui Gardiner e compagni hanno esplorato l'universo di affetti e sentimenti che rappresenta il fulcro espressivo di queste Cantate; musiche sublimi che, stando ancora all'opinione del Maestro inglese, «trasmettono in modo esemplare l'essenza, l'esuberanza e l'autentica euforia del Natale». Un giudizio inappellabile, il suo, che risuona come un ulteriore sigillo di garanzia e autenticità.

December 2006. La tradizione natalizia degli States rivive nei gospel di Salt Lake City. Quando nel 1893 Antonín Dvorák inserì e rielaborò nella celeberrima Sinfonia «Dal Nuovo Mondo» il tema dello spiritual Sweet Low, Sweet Chariot, il retaggio della tradizione afro-americana era ancora perlopiù estraneo al mondo della musica colta europea; chiamato negli Stati Uniti per ricoprire la prestigiosa carica di direttore del Conservatorio di New York, il compositore ceco fu infatti uno dei primi ad approfondire la conoscenza, comprendere il valore e conferire dignità artistica a un repertorio dal carattere così originale ed esclusivo. Blues, Spirituals e Gospel Songs rappresentano la voce autentica di «quel» popolo, del suo cammino di fede e di speranza, di lotta e di preghiera, di rivendicazioni sociali e di manifestazioni in difesa dei diritti civili; di un sentimento religioso vivo e insopprimibile, che ha spesso dato vita a forme espressive diverse a seconda delle differenti peculiarità etniche e confessionali (cattolica o protestante), tra canti di libertà, di festa o di ringraziamento e brani nati per accompagnare le funzioni nelle chiese o il lavoro nei campi. È dal lontano 1847 che il Mormon Tabernacle Choir attinge a tale ricco patrimonio, divenendo un punto di riferimento imprescindibile per l'interpretazione e la riscoperta delle radici musicali del Nuovo Mondo, appunto; nel 1945, su espressa richiesta del governo statunitense, la compagine corale di Salt Lake City venne addirittura incaricata di registrare una selezione di brani del repertorio natalizio nordamericano per farla conoscere in tutto il pianeta, dando l'avvio a una luminosa carriera discografica costellata di una lunga sequela di premi e riconoscimenti internazionali. L'album intitolato A Mormon Tabernacle Choir Christmas (Sacd pubblicato da Telarc e distribuito da Sound and Music) si pone dunque in continuazione ideale con tale pluriennale percorso e raccoglie al proprio interno classici come I Wonder as I Wander, Joy to the World, The First Noel, Angels from the Realms of Glory (con il suo famosissimo «Gloria in excelsis Deo») e l'immancabile Silent Night; canti che la rinomata istituzione corale americana porta impressi nel proprio Dna da intere generazioni e che in questa esecuzione sprigionano tutta la loro carica di gioia e letizia.

December 2006. Dal "Te Deum" di Graun s'irradia il filiale ringraziamento al Signore. Si pensa a un adattamento musicale del Te Deum e subito vengono alla mente le opere di autori come Haendel, Mozart, Bruckner, Berlioz o quella addirittura paradigmatica del francese Marc-Antoine Charpentier, il più prolifico compositore di musica sacra ai tempi del Re Sole, il cui celeberrimo "Prélude'' d'apertura al Te Deum è divenuto la sigla iniziale dei collegamenti televisivi in Eurovisione; pagine maestose nella concezione, sontuose negli effetti ed eroiche nel temperamento, che assecondano ed amplificano il carattere solenne dell'antichissimo inno cristiano (IVsec.), abitualmente intonato durante le cerimonie per celebrare la vittoria ottenuta sul campo di battaglia, in occasione dei festeggiamenti per un compleanno regale o per l'elezione di un nuovo pontefice e ancora oggi tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per rendere grazie dell'anno trascorso. Maggiormente intime e soffuse sono invece le tinte irradiate dal Te Deum di Cari Heinrich Graun (ca. 1703- 1759) che, per l'occasione, ha addirittura deciso di bandire dall'organico orchestrale strumenti dalle sonorità marziali come trombe, tromboni e timpani; suddiviso in undici diverse sezioni, il testo latino dell'inno è stato scomposto dal musicista tedesco in un grandioso polittico vivacizzato da una cangiante varietà stilistica e formale, dove arie solistiche, duetti, terzetti e quartetti si intervallano a imponenti passaggi corali e strumentali, senza però mai rubare la scena al sacro testo che sono chiamati ad accompagnare. A capo dei Basler Madrigalisten, dell'ensemble Arpa Festante e di un affiatato quartetto di cantanti solisti (il soprano Monika Mauch, il mezzosoprano Elisabeth von Magnus, il tenore Bernhard Gartner e l'inossidabile basso Klaus Mettens), del Te Deum di Graun il direttore Fritz Nàf ci offre una lettura ispirata, in punta di pennello, volta a sve- lare le molteplici sfumature poetiche e spirituali racchiuse nella partitura (Sacd pubblicato da Cpo e distribuito da Sound and Music); canto di lode e ringraziamento a Dio, "eterno Padre" e Signore dell'universo", allo Spirito Santo Paraclito e a Cristo, "re della gloria" e "vincitore della morte", speranza e conforto per il tempo passato, predente e futuro dell'intera umanità.

November 2006. I «Vespri di San Luigi» colorano di barocco il canto gregoriano. Il termine "musica barocca" riporta immediatamente alla memoria atmosfere ricche e sfarzose, stravaganti e bizzarre, evocando universi sonori e spirituali diametralmente opposti al rigore, alla gravità e all'essenzialità del canto gregoriano, il canto liturgico cristiano per eccellenza; contrariamente però a quanto normalmente si pensi, anche quello che viene per comodità definito "canto gregoriano" ha conosciuto nel tempo decisive riforme, importanti evoluzioni e continui aggiornamenti di carattere stilistico e formale, testimoniati dalla nascita di diversi repertori locali e dal fiorire di tradizioni che ancora nel XVII secolo ricoprivano un ruolo di primo piano nella vita quotidiana delle comunità ecclesiali. Risale per esempio al 1682 l'Antifonario adottato nella Cappella di San Luigi all'Hôtel des Invalides di Parigi, prezioso codice che contiene i canti per la Santa Messa, per il Mattutino e per i Vespri di alcune delle principali feste dell'anno liturgico: Natale, Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Christi, Assunzione e, naturalmente, la festa del patrono della chiesa, San Luigi (25 agosto). Uno speciale Ufficio era stato composto per quest'ultima importante celebrazione, utilizzando il cosiddetto stile "neo-gallicano" - rielaborazione in chiave "moderna" dell'antichissima tradizione gallicana (VI-VII sec.) - fondato essenzialmente sulla tecnica del "falsobordone", una pratica polifonica che consisteva nell'accompagnare con due o più voci parallele la melodia di un canto piano (cantus firmus), con un effetto molto simile a quello del «canto a tenore» ancora oggi praticato in Sardegna. Territorio sconfinato di studi e ricerche, queste musiche rappresentano il cuore del CD "Ad vespero Sancti Ludovici Regis Franciæ" (pubblicato da Ambroisie e distribuito da Deltadischi), che offre una ricostruzione accurata dei "Vespri di San Luigi". Dietro ai leggii, l'Ensemble Organum, uno dei gruppi più accreditati nel panorama interpretativo della cosiddetta "musica antica"; in attività da quasi venticinque anni, trova nel suo direttore Marcel Pérès una guida preparata e illuminata, in grado di restituire il giusto tono di ieratica solennità a un repertorio insidioso e affascinante come il canto gregoriano "barocco".

November 2006. Nei canti popolari d'inizio Novecento la spiritualità dell'antica civiltà rurale Nel nuovo CD "Inni e Canti" il Coro «Santa Veronica» di Bonemerse (Cremona) riprende idealmente il proprio cammino dallo stesso punto in cui lo aveva interrotto in occasione della precedente avventura discografica: nel bel mezzo di un appassionato progetto di recupero di quel repertorio popolare sacro che, a cavallo tra Otto e Novecento, ha rappresentato la spina dorsale della tradizione devozionale del nostro Paese. Dalle parole del direttore del coro cremonese, Ilaria Geroldi, emerge con chiarezza l'origine del legame profondo con un patrimonio artistico e spirituale tanto prezioso quanto originale: «Con questo disco vogliamo continuare il lavoro volto alla riscoperta e alla restituzione di dignità interpretativa di quei canti che per molto tempo sono stati compagnia e aiuto per molti fedeli nella preghiera». L'album (pubblicato da Multimedia San Paolo) è una raccolta di brani di varia origine e destinazione, perlopiù recuperati da diversi manuali di canto corale pubblicati tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo (anche se alcuni risalgono a epoche ben più lontane), riconducibili a illustri compositori come ad autori anonimi e qui riproposti nelle nuove armonizzazioni per coro a quattro voci approntate dal maestro Marco Ruggeri. Tra le pagine a tema eucaristico risaltano quelle scritte da padre Davide da Bergamo (O Pane del ciel si accompagna al poetico racconto dell'Ultima Cena rievocato in Ospital cenacolo), gli adattamenti musicali di due testi di Alessandro Manzoni tratti dalle Strofe per la Santa Comunione (Questo terror divino e Sì, tu scendi ancor dal cielo), ma anche l'accorato Va', preghiera, sull'ali dorate, con il suo esplicito richiamo al coro degli esuli ebrei dal Nabucco di Giuseppe Verdi; a questi si aggiungono poi i brani dedicati al Sacro Cuore, quelli per i Defunti (con l'imperituro La pace dei Santi) o per gli Angeli e i Santi (come l'esuberante inno salesiano Giù dai colli). Un disco, il cui ascolto regalerà ai più anziani l'emozione ritrovata dei «loro» canti e alle nuove generazioni la piacevole scoperta di composizioni che hanno scritto un capitolo fondamentale della storia musicale sacra del nostro Paese.

November 2006. La misteriosa Inghilterra del '500 nelle liturgie cantate di William Byrd. Verso la metà del XVI secolo la già tormentata vita religiosa della protestante Inghilterra conobbe uno dei periodi più bui e controversi della sua storia; tra delazioni, persecuzioni ed esecuzioni sommarie, durante i regni di Edoardo VI, Maria I Tudor e Elisabetta I ebbe anche luogo una serie di profonde riforme che influì in modo decisivo sull'ordinamento liturgico e sull'apparato musicale chiamato ad accompagnare il rituale previsto dalla nuova versione del Prayer Book. Nella seconda metà del Cinquecento gli Uffici quotidiani vennero così a distinguersi secondo tre differenti tipologie di celebrazioni: il «Short Service» (in stile omofonico, con il coro suddiviso in due gruppi), il «Verse Service» (con l'impiego di voci soliste) e il «Great (o Full) Service» (con doppio coro e diversi cantanti solisti). Investito di cariche pubbliche di altissimo prestigio (nominato dapprima gentleman della Chapel Royal dalla regina Elisabetta I, ne divenne poi organista titolare), il compositore William Byrd (ca. 1540-1623) non venne mai meno alla propria identità di cattolico devoto e fervente, ma fornì ugualmente il proprio fondamentale contributo ai Services anglicani. Il Coro dell'Abbazia di Westminster e il suo direttore James O'Donnell hanno dedicato un disco (pubblicato da Hyperion e distribuito da Sound and Music) a una sua versione del Great Service, comprendente i principali brani per le funzioni del «Matins» (Venite, Te Deum, Benedictus, Kyrie e Creed) e dell'«Evensong» (Magnificat e Nunc dimittis); riscoperta in forma manoscritta solo nel 1922 tra gli archivi della Cattedrale di Duhram, la raccolta risale probabilmente agli anni intorno al 1580, mentre la suddivisione del coro in dieci parti farebbe pensare che la destinazione finale riguardasse la Cappella Reale. Si tratta di una partitura elaborata, che si impone come uno dei massimi capolavori di Byrd, maestro assoluto nel tessere armonie che sfidano in continuazione le rigorose leggi del contrappunto; la blasonata compagine corale inglese, ufficialmente istituita proprio da Elisabetta I nel 1560, ripercorre le pagine del «suo» repertorio con disinvoltura e sicurezza a tratti forse eccessive, a scapito del calore dell'interpretazione.

November 2006. Il «Requiem» ritrovato di Wetz capolavoro intriso di pathos e fede. Ce lo possiamo immaginare Richard Wetz (1875-1935), seduto alla scrivania del suo studio privato, di fronte ai fogli immacolati del quaderno a carta pentagrammata. Sul frontespizio, un titolo che incute soggezione soltanto a scriverlo: Requiem. Prima di lui, decine e decine di illustri maestri si erano cimentati con esiti eccelsi nell'adattamento musicale del testo latino della Missa pro defunctis; tra questi Mozart, Cherubini, Berlioz, Verdi, Dvorák e Fauré, solo per citare gli autori più vicini nel tempo al compositore tedesco. Con questi nomi, ma soprattutto con le ombre lunghe proiettate dai loro capolavori, Wetz si è dovuto confrontare nell'intimo, risolvendosi di dare vita a un grandioso polittico a cinque ante, espressamente forgiato sulle proprie caratteristiche tecniche e stilistiche. È nato così il Requiem in si minore op. 50, consegnato alle stampe nel 1926, eseguito pubblicamente per l'ultima volta nel Duomo di Erfurt il Venerdì Santo del 1943 e oggi tornato alla ribalta grazie all'incisione discografica realizzata dal soprano Marietta Zumbült, dal baritono Mario Hoff, dalle compagini vocali del Dombergchor di Erfurt e del Philharmonischer Chor di Weimar e dalla Thüringisches Kammerorchester Weimar diretti da Gorge Alexander Albrecht (CD pubblicato da Cpo e distribuito da Sound and Music). Un'opera d'arte totale, di ampio respiro sinfonico e profondo portato mistico, costellata di gesti eroici e spunti drammatici, in cui testo e melodie sono continuamente chiamati a intrecciarsi per celebrare la vittoria finale di Cristo sulla morte e la sua partecipazione al dolore degli afflitti e dei sofferenti. Una partitura attraversata da una potenza evocativa carica di pathos e suggestione che si impone sin dalle pagine iniziali - il Requiem e il successivo Kyrie - per poi riflettersi nei chiaroscuri espressivi e negli echi wagneriani della sequenza Dies irae, nell'invocazione trepida e accorata del Domine Jesu, nell'aura misteriosa e solenne di Sanctus e Benedictus, fino alle sezioni conclusive di Agnus Dei e Communio, riunite in un unico movimento e incorniciate dall'immancabile episodio corale fugato; il definitivo sigillo con cui Wetz ha offerto il suo umile, personale contributo alla storia della musica sacra.

October 2006. Così pregava Isabella di Castiglia. Il disco che l'ensemble vocale Odechaton e suo il direttore Paolo Da Col hanno dedicato alla figura di Isabella di Castiglia (1451-1504) acquista un significato del tutto particolare nel panorama sociale e culturale contemporaneo; rappresenta infatti la doverosa celebrazione di una delle più affascinanti e controverse protagoniste del periodo di transizione tra Medioevo e Rinascimento, la cui "fortuna postuma" rimane ancora oggi in bilico tra le luci e le ombre di una causa di beatificazione (momentaneamente sospesa) e di una fitta trama di calunnie e pregiudizi. Intitolato Un Libro de Horas de Isabel La Católica, questo CD (pubblicato da Bongiovanni) rappresenta la colonna sonora di uno dei tanti "Libri d'Ore" che arricchivano la biblioteca personale della Regina; decorati con splendide miniature, si trattava di piccoli volumi di carattere devozionale che permettevano ai laici di praticare in privato una sorta di Ufficio delle Ore come quello celebrato dagli ordini monastici. Riferendosi direttamente al più prezioso e rinomato tra questi codici - oggi conservato nel Cleveland Museum of Art - Da Col e compagni hanno impaginato un programma che intende ricostruire un vero e proprio calendario liturgico in musica, scandito dalle principali preghiere "predilette" dalla sovrana spagnola e dai loro adattamenti polifonici ad opera dei più grandi maestri del tempo, le cui composizioni rientravano abitualmente nel repertorio dei cantori della Cappella Reale: innanzitutto Francisco de Peñalosa (ca. 1470-1528) e Juan de Anchieta (1462-1523), ma anche Josquin Desprez, Antoine Brumel e Loyset Compère. Sfogliando idealmente una ad una le pagine del volume appartenuto a Isabella, ci si trova immersi in un clima di alta densità spirituale ed estetica, in cui testi e melodie rappresentano le tappe di un percorso che ci invita a soffermarci di fronte alle immagini e alle orazioni dedicate alla Pentecoste e alla Processione del Santissimo Sacramento, al Giardino degli ulivi e alla Sepoltura di Cristo, all'Annunciazione e alla Visitazione, al Servizio funebre con la Resurrezione di Lazzaro e al Giudizio universale. Con animo disposto alla meditazione e al raccoglimento.

September 2006. Con Schola Cantorum di Oxford nella musica sacra del nostro tempo. Tutti i brani presenti nel CD intitolato "Children of our Time" (pubblicato da Hyperion) si ricollegano più o meno direttamente alla storia della Schola Cantorum di Oxford, blasonata compagine corale che fin dall'anno della sua fondazione (1960) ha saputo imporsi nel panorama musicale internazionale come una delle realtà più versatili e intraprendenti. Sotto la direzione di Jeremy Summerly, la formazione inglese passa qui in rassegna alcune delle pagine più significative del repertorio vocale che - tra commissioni, dediche e prime esecuzioni assolute - hanno contrassegnato le tappe principali del suo cammino artistico. La spina dorsale della tracking list di questo progetto discografico è costituita dai variopinti Five Negro Spirituals che Michael Tippett (1905-1998) ha composto nel 1958 e originariamente inserito nell'oratorio A Child of our Time, all'interno del quale ricoprivano una funzione simile a quella dei Corali nelle Passioni bachiane: momenti cioè privilegiati di riflessione spirituale e di partecipazione del pubblico fedele. Lo stesso Tippett ne ha poi realizzato una versione esclusivamente "a cappella" che, in titoli come Nobody knows o Go down, Moses, tocca alti vertici di elaborazione polifonica e freschezza espressiva. Nel toccante mottetto Ave verum corpus di Nicholas O'Neill (classe 1970) la musica arriva invece a lambire con tratti nobili e dolenti il sottile e misterioso confine che separa le sofferenze patite da Gesù sulla croce e la redenzione offerta all'intera umanità attraverso l'istituzione del sacramento della Comunione. Thou knowest my lying down è infine un adattamento a dodici voci approntato da Anthony Pitts (classe 1969) su una selezione di versetti tratti dal Salmo 139; si tratta del pannello centrale di un trittico di Anthems dedicati al tempo pasquale, dove gli arditi piani armonici si intrecciano e sovrappongono in un progressivo crescendo che culmina nel climax all'unisono dell'accordo finale. Musica sacra "del nostro tempo", appunto, mirabilmente proposta dai timbri puliti e dalle limpide inflessioni della Schola Cantorum di Oxford, che dimostra di aver perfettamente assimilato i criteri peculiari della più accreditata scuola interpretativa britannica.

August 2006. I Salmi Davidici di Orlando di Lasso. Quando i suoi Psalmi Davidis Poenitentiales vennero stampati nel 1584, Orlando di Lasso (1532-1594) era il compositore più famoso e conteso d'Europa; "le plus que divin Orlande", come veniva chiamato in Francia, poco più che ventenne era già stato maestro di cappella in San Giovanni in Laterano a Roma e dal 1563 ricopriva la prestigiosa carica di Hofkapellmeister al servizio del duca AlbertoV di Baviera. Nel suo ricchissimo catalogo, che al momento della morte sarebbe arrivato a contare oltre duemila titoli, ha trovato spazio ogni forma compositiva vocale in uso all'epoca: chansons, Lieder, madrigali, moresche e villanesche di carattere profano si accompagnano cosi ai grandi fondamenti del repertorio sacro, costituiti da cantici, inni, Lamentationes, Lectiones, litanie, messe, mottetti, Officia, Passioni, responsori. E poi ci sono i Salmi, come quelli Davidici recentemente registrati dal direttore belga Philippe Herreweghe e dal Collegium Vocale Gent (2 CD pubblicati da Harmonia Mundi): uno straordinario compendio di brani incardinati sul tema del pentimento e della penitenza, concepito all'insegna di uniinguaggip musicale in cui melodia e armonia si fondono tra imponenti sezioni accordali e articolati passaggi in imitazione, tra una nitida esposizione verticale (nota su nota) e un fluido eloquio orizzontale (frase con frase). In una mirabile sintesi dove equilibrio strutturale e perfezione formale sanno sempre piegarsi all'imperativo categorico di "muovere i più alti affetti", sulla scia di quella innovativa poetica madrigalistica di scuola italiana che aveva a quel tempo già lasciato cadere alcuni dei suoi frutti più maturi. Perché, come ebbe modo di affermare l'umanista fiammingo Samuel Quickelberg di fronte a questo sublime capolavoro, "Lasso ha espresso il contenuto così bene, con una melodia dolente e malinconica, adattando, dov'era necessario, la musica al soggetto e alle parole, esprimendo il potere nelle diverse emozioni, presentando il soggetto come se fosse recitato davanti agli occhi, tanto che non si riusciva a capire se fosse più la dolcezza delle emozioni ad abbellire le malinconiche melodie o le malinconiche melodie la dolcezza delle emozioni".

August 2006. Riemerge Dunstable, protagonista del '400. Una sessantina di composizioni, due libri appartenuti alla sua biblioteca personale e un paio di epitaffi: ecco quanto rimane di John Dunstable, musicista inglese che ha vissuto da protagonista assoluto la scena musicale del tramonto sul Medioevo. Ciò che accadde tra la data della nascita (intorno al 1380) e quella della sua dipartita (1453, a Londra) è ancora oggi immerso nel più fitto mistero; unico barlume di luce nelle tenebre oscure che avvolgono le sue vicende biografiche, l'impiego presso la corte di Giovanni duca di Bedford, reggente di Francia nel 1422. A testimonianza dell'alta stima goduta in vita, l'allusione all'influenza esercitata dal Maestro d'oltremanica sui colleghi contemporanei emerge invece con sicurezza tra i versi del poema Champion des Dames, scritto intorno al 1440 da Martin le Franc, dove si narra di come i grandi artisti fiamminghi Dufay e Binchois abbiano "preso l'usanza inglese e seguito Dunstable, onde una mirabile leggiadria rende il loro canto gioioso e degno di nota". Attraverso una significativa selezione di brani liturgici e di mottetti, l'incisione discografica realizzata dall'ensemble vocale Tonus Peregrinus (CD pubblicato da Naxos) intende offrire un'esaustiva visione prospettica della luminosa traiettoria creativa del compositore. Un tributo "in crescendo", che prende avvio dall'immediatezza espressiva e dal sincero afflato devozionale del brano d'apertura (Quam pulchra es) e culmina nella complessità armonica e nel rigoglio contrappuntistico dell'inno emblematicamente scelto per chiudere il programma del cd (Veni Sancte Spiritus / Veni Creator); tra slanci festanti e composta serenità, si individua così la peculiare cifra stilistica e l'impronta spirituale di un artista di primissimo piano, che ha contribuito in modo decisivo all'affermazione della cosiddetta contenance anglaise: di quel "contegno" grazie al quale la scuola polifonica inglese ha trovato largo seguito in ogni angolo dell'Europa del tempo.

July 2006. Il manifesto artistico e spirituale di Couperin nelle «Leçons de Ténèbres». Ascoltando le Leçons de Ténèbres di François Couperin "le Grand" (1668-1733) tornano alla mente le opere del pittore Georges de La Tour: quadri dipinti in punta di pennello, atmosfere "notturne" rischiarate dal lume di una candela, in cui la forte carica emotiva e drammatica non assume mai dimensione teatrale, ma viene sminuzzata in tanti piccoli fremiti di pura e intima poesia. Qualcuno ha scritto che Couperin, già organista presso la Chapelle Royale di Versailles al tempo di Luigi XIV, «è il simbolo musicale del tramonto del Re Sole, così come Lully era stato il rappresentante tipico del grande splendore del "Grand siècle"»; in effetti, nella musica composta per accompagnare i versi tratti dalle "Lamentazioni" del profeta Geremia, più che gli echi delle sfarzose cerimonie di corte prevalgono i toni soffusi e contemplativi in cui trovano espressione le passioni dell'anima, i dolori, le speranze, l'abbandono alla grazia divina.Sotto il titolo di Leçons de Ténèbres sono riuniti tre pezzi per una o due voci e basso continuo, concepiti appunto per il suggestivo Ufficio delle Tenebre del Mercoledì Santo; pubblicati intorno al 1713, furono espressamente richiesti dalle Clarisse di Longchamp, presso la cui abbazia, durante la Settimana Santa, si dava appuntamento la nobiltà parigina per assistere alle funzioni religiose e, soprattutto, al loro ricco apparato musicale. L'ottima interpretazione che di queste pagine ci offrono i soprani Johannette Zomer e Anne Grimm, insieme con l'ensemble La Sfera Armoniosa diretto da Mike Fentross (Sacd "hybrid" pubblicato da Channel e distribuito da Jupiter), si impone da subito per il clima di profondo raccoglimento fedele alla sacralità del rito liturgico e dei suoi tempi intrinseci, scanditi da melodie fluenti e da quelle continue pause di sospensione che rappresentano le diverse tappe attraverso cui si accompagnava il progressivo spegnimento delle candele fino alla più totale oscurità, a simbolizzare la discesa di Gesù agli inferi. Il manifesto artistico e spirituale di un compositore che, in un'epoca in cui il fasto e l'apparenza dominavano ogni campo della vita e dell'arte, non esitava ad affermare: «Confesso di essere più attratto da ciò che mi commuove che da ciò che mi stupisce».

June 2006. Nel ritrovato Dixit Dominus risuona la spiritualità del primo Vivaldi. Ci troviamo di fronte ad una "prima registrazione mondiale": onore al merito dunque al Körnerscher Sing-Verein Dresden e al Dresden Instrumental-Concert che, sotto la direzione di Peter Kopp, vantano effettivamente il primato di aver inciso il Dixit Dominus RV 807 di Antonio Vivaldi (1678-1741) per la prima volta in assoluto (cd pubblicato da Archiv e distribuito da Universal Music Italia). In realtà, però, la partitura non si è mai allontanata dalla Biblioteca di Stato Sassone a Dresda, dove era stata erroneamente - oppure volontariamente, a seconda dei punti di vista, perché il disguido risale a una "truffaldina" edizione a stampa settecentesca - attribuita a Baldassarre Galuppi (1706-1785); dopo approfonditi esami e comparazioni con altri lavori del "Prete rosso", solo nell'estate 2005 la musicologa australiana Janice Stockigt ha infatti potuto rendere pubblici con sicurezza i risultati delle sue ricerche. Si tratta dunque del definitivo e ufficiale riconoscimento di paternità di un'opera sacra che si distingue per dimensioni e imponenza dell'organico (due soprani, due contralti, due tenori, coro e orchestra), ma anche per i tratti peculiari di uno stile compositivo fortemente vivaldiano; per quelle "impronte digitali", come le ha definite Michael Talbot nel breve saggio ospitato all'interno del libretto del cd, che fanno rientrare il Dixit Dominus RV 807 nel novero delle più brillanti pagine del Maestro veneziano, grazie anche a una vivacità e a una varietà di timbri, ritmi e colori sapientemente ottenuta nella scansione dei diversi episodi (6 cori, 3 arie e 2 duetti) attraverso l'alternanza tra parti solistiche ed interventi delle forze corali e strumentali. Per compensare in parte torti e attribuzioni indebite, Kopp e compagni hanno scelto di registrare anche tre Salmi di Galuppi, già Maestro di coro presso la Basilica di San Marco; opere che spalancano le porte a una sensibilità estetica e a un'eleganza barocca più matura, quasi "galante", ma che non riescono a rubare la scena alla "novità" vivaldiana.