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di Musica Sacra segnalate da E'
possibile pubblicizzare in questa pagina CD di Musica Sacra (corale,
strumentale ed organistica) 2013 - 2012 - 2011 - 2010 - 2009 - 2008 - 2007 - 2006 - 2005 - 2004 - 2003 - 2002 December 2007. Dalla Basilica di S. Maria Maggiore in dvd le note di Christmas in Rome. N on è un caso che due tra i più titolati e autorevoli esponenti della cosiddetta musica antica si siano dati appuntamento in Santa Maria Maggiore per registrare un doppio concerto di musiche sacre a tema natalizio: la Basilica Patriarcale, eretta dopo il Concilio di Efeso del 431 d. C., è stata infatti la prima chiesa romana dedicata al dogma della divina maternità di Maria ( Theotokos, sancito durante quel concilio ecumenico) e oggi, oltre a conservare la venerata icona della Madonna 'Salus Populi Romani', ospita un’antichissima Cappella del Presepe e la sacra reliquia della Culla di Gesù Bambino. Non poteva esistere dunque 'location' migliore per ambientare il dvd intitolato Christmas in Rome (pubblicato da Deutsche Grammophon e distribuito da Universal), suggestiva testimonianza audio e video di una festa musicale e spirituale a 360 gradi, che attinge ad alcuni tra i più celebri lavori riconducibili all’alta scuola compositiva attiva in Italia tra Rinascimento e Barocco. Paul McCreesh e il suo fedele gruppo vocale e strumentale Gabrieli Consort & Players si sono cimentati nei capisaldi del repertorio maggiormente frequentato a Roma durante le celebrazioni liturgiche del tempo d’Avvento tra XVI e XVII secolo: i brani di Josquin Desprez (ca. 1455-1521), Tomás Luis de Victoria (ca. 15481611), Giovanni Francesco Anerio (ca. 1567-1630), Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Giacomo Carissimi (1605-1674) si accompagnano così all’arte polifonica del sommo Giovanni Pierluigi da Palestrina (ca. 15251594) – già maestro di cappella proprio presso Santa Maria Maggiore tra il 1561 e il 1566 – il cui mottetto Hodie Christus natus est viene qui affiancato alle sezioni del Kyrie e del Gloria tratte dall’omonima Missa. Seduto all’organo e al clavicembalo, Trevor Pinnock guida invece il coro e l’orchestra dell’English Concert in un vertiginoso e spettacolare caleidoscopio di musiche e immagini, aperto dalla 'Cantata pastorale per la nascita di Nostro Signore' O di Betlemme altera di Alessandro Scarlatti (1660-1725), proseguito con l’immancabile Concerto grosso op. 6 n. 8 'fatto per la notte di Natale' di Arcangelo Corelli (1653-1713) e chiuso in bellezza dal travolgente Gloria in re maggiore RV 589 di Antonio Vivaldi (1678-1741). November 2007. Le visioni di Schumann trovano in Giulini l’interprete più ispirato. « N el mistero della musica, nel continuo essere inafferrabile e inesauribile, a suo modo priva di verità, credo si nasconda l’unica sua autentica verità». Le parole di Carlo Maria Giulini testimoniano del senso di religiosa apertura con cui questo grande Maestro – cattolico fervente, scomparso nel 2005 all’età di 91 anni – si è sempre incessantemente posto al servizio dell’arte; al punto che, per definire la sua carriera umana e professionale, qualcuno ha addirittura parlato della «leggenda del 'santo' direttore ». Ed è proprio questo lo spirito maggiormente adeguato con cui avvicinarsi alla magistrale interpretazione che, alla guida del Coro e dell’Orchestra Sinfonica Rai di Roma, Giulini ha offerto dell’imponente oratorio Das Paradies un die Peri di Robert Schumann (1810-1856), recentemente riemersa dalle Teche Rai in una registrazione dal vivo del 1974 (2 cd pubblicati da Arts Archives e distribuiti da Sound and Music). Il libretto in lingua tedesca approntato dallo stesso compositore e da Emil Flechsig, tratto dall’originale inglese di Thomas Moore, narra le vicende dell’angelo Peri che, allontanato dal Paradiso, ne tenta la riconquista in ogni modo; dopo aver raccolto l’ultima goccia di sangue di un giovane combattente morto per l’indipendenza del suo popolo e l’estremo alito di vita di una fanciulla che si è sacrificata per il suo innamorato ammalato di peste, vi riuscirà soltanto portando in pegno le lacrime di un truce assassino che si commuove e si pente di fronte allo sguardo implorante di un bambino. Opera controversa e a tratti insoluta, carica di simbolismo onirico e intenso misticismo, la partitura schumanniana oscilla continuamente tra sogno e poesia, incubo e dramma; storia di redenzione e purificazione, di grande impatto emotivo e forte temperie romantica, Das Paradies un die Peri non poteva trovare cantore più appropriato e ispirato di Giulini. La sua è una lettura di straordinaria tensione emotiva, che non ha paura di guardare dritto negli occhi il sentimento di sperdutezza con cui Schumann si arrende di fronte al Mistero; condotta con estrema fermezza e fiduciosa positività, nella più piena convinzione che il riscatto dell’umanità dolente e peccatrice è gia compreso nell’abbraccio misericordioso di Dio. November 2007. Integrale delle «Messe» di Haydn. È ricolmo di splendidi tesori musicali il cofanetto The Complete Mass Edition (8 cd pubblicati da Chandos e distribuiti da Jupiter) con cui il complesso vocale e strumentale Collegium Musicum 90 e il suo direttore Richard Hickox hanno reso omaggio all’integrale delle opere liturgiche di Franz Joseph Haydn (17321809); un affascinante scrigno che racchiude al proprio interno diademi preziosi che risplendono di luce propria e altre piccole gemme che rivelano tutta la loro bellezza solo se accostate con cura adeguata. In primis l’attenzione ricade ovviamente sugli sfolgoranti capolavori della maturità, quelli concepiti al rientro dai due gloriosi soggiorni londinesi, quando il compositore tornò a ricoprire il ruolo di Kapellmeister presso la corte degli Esterházy, la nobile famiglia ungherese alle cui dipendenze aveva lavorato per circa quarant’anni. Il solo incarico ufficiale che mantenne consisteva nello scrivere ogni anno un nuovo adattamento musicale della Santa Messa da eseguire a Eisenstadt in occasione dell’onomastico della principessa Maria Ermenegilda (8 settembre); lontano da una semplice attività di routine, Haydn diede vita a sei meravigliose pagine di ampie proporzioni, caratterizzate da sfarzose sonorità e organici imponenti, conosciute anche come Heiligmesse, Paukenmesse (' In tempore belli'), Nelsonmesse, Theresienmesse, Schöpfungsmesse e Harmoniemesse. Sono però le opere meno conosciute a riservare le sorprese maggiori, risvegliate dal piglio quasi eroico dei due Te Deum o da quello solenne della Große Orgelmesse (' Missa in honorem BVM'), dal respiro poetico della Missa Sancti Nicolai o da quello melodrammatico della monumentale Missa Sanctae Ceciliae (oltre un’ora di musica ricca di elaborati passaggi orchestrali e grandi episodi corali fugati). Il maestro Hickox si dimostra qui raffinato concertatore delle voci soliste (su tutte quelle dei soprani Susan Gritton e Nancy Argenta e del tenore Mark Padmore), fine cesellatore delle molteplici sfumature espressive che innervano ogni partitura e acuto valorizzatore della loro forte impronta 'sinfonica', arrivando diretto al cuore della spiritualità haydniana: di una religiosità positiva, lieta e fiduciosa, ma nel contempo nobile, profonda e fortemente radicata. November 2007. Nella «Vita» di Elisabetta d’Ungheria il canto dell’amore verso il prossimo. Q uella di Santa Elisabetta d’Ungheria è la storia emblematica di una nobildonna medievale che ha vissuto da protagonista la vita del suo tempo, senza mai sottrarsi ai propri doveri e al ruolo che le spettava, ma è innanzitutto la testimonianza di un’esistenza votata totalmente all’amore: per i propri genitori, per il marito, per i figli e in modo particolare per il Signore, a cui rivolgeva continue preghiere e che seppe riconoscere e servire con umiltà nel prossimo, mettendo a disposizione le proprie ricchezze materiali e spirituali per il sollievo degli infelici e dei bisognosi. Figlia del re d’Ungheria Andrea II 'il Gerosolimitano' e della sua prima moglie Gertrude di Andechs (diretta discendente di Carlo Magno), Elisabetta nacque a Pozsony (oggi Bratislava) nel 1207 e ancora bambina venne promessa in matrimonio a Ludovico, figlio ed erede del langravio di Turingia; sposa a quattordici anni, madre a quindici, rimase vedova a venti. A quel punto decise di entrare nel Terz’Ordine Regolare di San Francesco (di cui oggi è patrona) e di ritirarsi presso l’ospedale che aveva fatto costruire a Marburgo, dove si dedicò alla cura dei poveri e dei malati fino al giorno della sua morte, che sopraggiunse il 17 novembre del 1231, quando non aveva ancora compiuto ventiquattro anni. A questa 'Madre Teresa di Calcutta del Medioevo', come è stata recentemente definita, i gruppi vocali e strumentali Ioculatores, Ars Choralis Coeln e Amarcord hanno dedicato il disco intitolato Vita S. Elisabeth (pubblicato da Raumklang e distribuito da Jupiter), ricostruendo i tasselli di un vivace mosaico musicale e devozionale attraverso le documentazioni provenienti da una delle prime biografie di Elisabetta – risalente ai primi anni del Trecento – le cui letture recitate vengono qui intervallate da canti gregoriani, inni, laude e brani ricavati dall’antico Ufficio liturgico dedicato alla Santa (canonizzata da papa Gregorio IX appena quattro anni dopo la sua morte); in una sorta di sacra rappresentazione che celebra la statura morale di una grande donna, mirabile esempio di coraggio, fede e carità, che è passata attraverso le vicende della vita con una sola, incrollabile certezza: «Quando piace a Dio, Lui sa il modo per fare ogni cosa». October 2007. Nelle quattro «Missae breves» la spiritualità più raccolta di Bach Del repertorio sacro di Johann Sebastian Bach (1685-1750) siamo perlopiù abituati a celebrare la grandiosità delle forme e l’imponenza delle architetture sonore di opere come la Messa in si minore, le Passioni, gli Oratori o la sterminata produzione delle Cantate; pagine immortali a cui il Thomaskantor di Lipsia ha saputo conferire una dimensione di solenne austerità, un senso di vertigine causato da spazi sconfinati e monumentali proporzioni che si aprono a strapiombo su melodie sublimi, coinvolgenti e commoventi. Esistono però partiture che il genio bachiano ha illuminato di una spiritualità maggiormente raccolta, ma non per questo meno autentica e sincera, e che sarebbe inopportuno giudicare 'minori' solo perché adombrate dalla maestosità e dalla fortuna dei capolavori maggiormente frequentati. È questo il caso delle quattro Missae breves BWV 233-236, scritte con ogni probabilità nel 1738 e conosciute anche come 'Messe luterane', recentemente registrate dal complesso vocale e strumentale Cantus Cölln diretto da Konrad Junghänel (2 cd pubblicati da Harmonia Mundi e distribuiti da Ducale); si tratta di composizioni liturgiche relativamente brevi, appunto, perché costituite dalle uniche sezioni del Kyrie e del Gloria, e quasi interamente costruite su 'parodie' di altre opere sacre, concepite cioè rielaborando materiale tematico già precedentemente utilizzato dall’autore in alcune tra le sue più famose e affascinanti Cantate. La registrazione integrale dei Mottetti BWV 225-230 (a cui si aggiunge anche l’incompiuto BWV Anh. 159) segna invece il ritorno all’arte bachiana del blasonato Hilliard Ensemble (cd pubblicato da ECM e distribuito da Ducale). Come sempre impeccabile nell’intonazione e nel raggiungere senza difficoltà le vette più impervie delle trame contrappuntistiche, la formazione vocale britannica svolge un minuzioso lavoro di cesello nelle parti, senza però mai decollare verso dimensioni trascendentali; in un’interpretazione tecnicamente perfetta, ma meno incline a confrontarsi con la drammaticità e la potenza espressiva di quella «musica assoluta» – per dirla con Wagner – che è indirizzata sì agli intelletti più colti e raffinati, ma che deve innanzitutto rinsaldare ed elevare lo spirito di chi l’ascolta. October 2007. «Menestrelli di Dio» nell’Italia tra Medioevo e Rinascimento. L a lunga storia musicale della lauda ha inizio nell’Italia centrale durante la prima metà del XIII secolo, quando, sulla forte spinta propulsiva del fermento religioso e spirituale scaturito dall’azione dei nascenti ordini predicatori e mendicanti, fiorirono numerose confraternite laicali, all’interno delle quali si affermarono forme devozionali comunitarie che intendevano coinvolgere fasce sempre più ampie della popolazione. Le compagnie degli Illuminati, degli Umiliati d’Ognissanti, ma soprattutto quelle dei Disciplinati e dei Laudesi sorsero così per promuovere principalmente la partecipazione diretta alle funzioni religiose, con lo scopo di lodare e ringraziare il Signore attraverso orazioni e canti collettivi extraliturgici in lingua vernacolare, dedicati alla celebrazione delle figure di Cristo, della Vergine e dei Santi: le laude, appunto, brani di facile memorizzazione generalmente costituiti da un ritornello fisso (cantato da tutta l’assemblea) intervallato a strofe tra loro differenti (affidate ai solisti). È a questo splendido repertorio antico che si riferisce Joculatores Dei, un disco incentrato appunto sui 'Menestrelli di Dio' di francescana memoria e sulla lauda italiana tra Medioevo e Rinascimento (cd pubblicato da Raumklang e distribuito da Jupiter); un progetto attraverso cui l’ensemble vocale e strumentale Vox Resonat, guidato da Eric Mentzel, ripercorre oltre 250 anni di musica sacra, dalle fonti più antiche (come il Laudario di Cortona del XIII secolo o il fiorentino Codice Squarcialupi) fino alle laude polifoniche d’inizio Cinquecento, attraverso pagine affascinanti e paradigmatiche come Gloria in cielo e pace in terra, O Jesù dolce, Laude novella, Piangiamo quel crudel basciar e Per allegrezza del nostro Signore. Un patrimonio artistico unico al mondo, che vibra di un’intensità e di una carica emotiva davvero straordinaria e che qui viene riproposto senza artificio o cerebralità, velleità storicistica o sfoggio filologico alcuno; sprigionando piuttosto tutta la forza evocativa di melodie di grande impatto e immediatezza comunicativa, in cui canto e preghiera si esprimono attraverso la voce di un popolo fatto di gente comune, contadini, artigiani, bottegai, ma soprattutto semplici e umili fedeli. September 2007. Dalla Francia di Luigi XIV debuttano in cd i «Mottetti» ritrovati di Gilles. Sarebbe affrettato archiviare il disco che l’ensemble Les Festes d’Orphée e il suo direttore Guy Laurent hanno dedicato al repertorio sacro di Jean Gilles (1668-1705) fra le amenità che riportano alla luce autori dimenticati; rappresenta infatti qualcosa di più questa prima incisione assoluta di alcuni sorprendenti Grands et Petits Motets del Maestro francese, perché è in grado di svelare una prospettiva alquanto differente sulla vita musicale di un periodo alquanto controverso e solitamente circoscritto a pochi compositori 'ufficiali'. Originario di Tarascona, cittadina della Francia meridionale, Gilles trascorse infatti la propria breve esistenza all’ombra dell’assolutismo 'illuminato' di Luigi XIV – il 're Sole' – e operò lontano dai centri nevralgici – Versailles e Parigi – dove si decidevano le scelte di politica culturale e le tendenze del gusto artistico imperante; egli fu infatti attivo tra Aix-enProvence, Agde e Avignone, prima di diventare maître de musique presso la cattedrale di Saint-Étienne a Tolosa. Fu qui che scrisse il sommo capolavoro a cui il suo nome è rimasto indissolubilmente legato, quella splendida Messe des morts che ha conosciuto una fortuna quasi unica lungo tutto l’arco del Settecento; basti ricordare che durante il XVIII secolo fu più volte eseguita durante la commemorazione dei defunti del 2 novembre ai Concerts spirituels di Parigi (rientrò in ben quindici programmi tra il 1750 e il 1770) e che le sue note accompagnarono nel 1764 l’ufficio funebre di Jean-Philippe Rameau (il maggior musicista transalpino dell’epoca), nel 1766 quello di Stanislao I Leszczyn´ski, già sovrano di Polonia, e nel 1774 quello di Luigi XV re di Francia. Nei Mottetti raccolti in questo cd (pubblicato da K617 e distribuito da Ducale) emergono in toto i caratteri peculiari che hanno costituito la cifra stilistica di Gilles e già decretato l’antico successo del suo Requiem; nella varietà dell’organico vocale e corale impiegato, nell’alternanza di recitativi, arie, duetti, terzetti, preludi e ritornelli strumentali, nella ricchezza e nella dimensione quasi teatrale degli atteggiamenti espressivi si traduce il senso altamente drammatico di un’intima spiritualità, ben lontana dagli sfarzi e dalle cerimonie di corte. September 2007. Gli "Inni" corali di Nicholas Maw. Nella natia Gran Bretagna Nicholas Maw (classe 1935),è da tempo apprezzato come. autore di riferimento in ambito sinfonico e orchestrale - grazie a vori come il ciclopico Odyssey(1987) e il pluripremiato Concerto per violino (1993), dedicato a Joshua Bell - ma nel disco One foot in Eden still, I stand (pubblicato da Hyperion e distribuito da Sound and Music) , la Schola Cantorum di: Oxford diretta da Mark Shepherd si è invece soffermata su alcune significative opere vocali di Maw, portando nuova luce su un repertorio che lo stesso autore ha definito -schernendosi - "modesto nelle dimensioni e nelle intenzioni", destinato a rientrare nei programmi delle più note compagini corali amatoriali con lo scopo di "dilettare in misura esecutorie ascoltatori". In realtà, tra le pagine riunite in questa silloge. Al "diletto" non proviene mai da un ascolto facile e immediatamente coinvolgente, ma dallo spessore e dalla solidità di costruzioni armoniche e melodiche che tendono naturalmente. a una risoluzione di profonda e lirica espressività. Che la si definisca neoromantica o modernista, quella di Maw è essenzialmente musica che si affida ai colori tenui delle tinte a pastello, lonta na dalla violenza di esasperati. contrasti, effetti drammatici o compiacimenti estetizzanti, la cui velata complessità non va mai a discapito della piena comprensibilità del messaggio spirituale racchiuso nei testi. Di questa provocatoria sfida artistica il compositote inglese investe i tre grandi Inni ("Mattutino", "Pastorale" e "Vespertino" ricavati da alcune preghiere tratte dal seicentesco Oxford ere of Christian Vèrse), come anche le cinque deliziose carole natalizie e il luminoso brano che conferisce il titolo all'album, in cui le riflessioni esistenziali dei versi del poeta Edwin Muir trovano eco nella risposta offerta dal linguaggio polifoníco di Maw, rassicurante certezza di una visione musicale compiuta e unitaria, concepita "con un piede ancora nel Paradiso". June 2007. Tra dolore e fede l'afflato spirituale degli innovatori Honegger e Poulenc. Nella Francia dei primi decenni del Novecento si andò affermando un manipolo di valorosi musicisti, passati alla storia come il "Gruppo dei Sei". Riunito intorno alla figura animatrice di Erik Satie, il cenacolo artistico formato da Milhaud, Poulenc, Honegger, Auric, Durey e Tailleferre condivise fondamentali istanze estetiche e individuò comuni percorsi di ricerca; il sestetto ammirava infatti i testi di Cocteau e Apollinaire così come le opere di Picasso e Braque, frequentava i café chantant e i cabaret parigini senza peraltro disdegnare spettacoli circensi e luna park, dimostrando una particolare predilezione per la musica da ballo e per il jazz. La concezione ideale di un'arte veramente "moderna", in aperta rottura con la "noiosa" tradizione sinfonica tedesca e con la raffinatezza armonica dell'impressionismo a quel tempo imperante, si tradusse perlopiù in opere spesso concepite all'insegna di ironia e sarcasmo, vis polemica e sperimentazione, ma anche della satira più dissacrante; si trattò di un'esperienza sicuramente importante e originale, che durò però solo pochi anni e si esaurì spontaneamente in seguito all'insorgere di posizioni divergenti e alla necessità di dare voce a quelle intime esigenze espressive che muovevano le singole personalità del Gruppo. L'incisione discografica realizzata dalla prestigiosa Royal Concertgebouw Orchestra e dal suo direttore stabile Mariss Jansons (Sacd pubblicato da RCO Live e distribuito da Sound and Music) si concentra su due pagine "tarde" e poco frequentate di Arthur Honegger (1892-1955) e Francis Poulenc (1899-1963), esponenti di rilievo dei "Sei" e compositori della cui personalità artistica, se è generalmente più conosciuto il versante "mondano", val bene la pena scoprire quello di ispirazione religiosa, forse il più vero. Con sorpresa e ammirazione ci avviciniamo così alla Sinfonia n. 3 "Liturgica" di Honegger, scritta all'indomani della conclusione della Seconda Guerra mondiale e articolata in tre movimenti emblematicamente intitolati "Dies irae", "De profundis clamavi" e "Dona nobis pacem", ma soprattutto all'affascinante Gloria per soprano, coro e orchestra di Poulenc, splendido esempio di trasparente scrittura vocale e radiosa testimonianza di autentica fede. May 2007. La grande spiritualità di Telemann pervade le Cantate per Pentecoste. I numeri della produzione musicale di Georg Philipp Telemann (1681-1767) sono davvero impressionanti: durante la sua lunga e fortunata carriera, costellata di prestigiosi incarichi nei più importanti centri di area germanica, l'artista sassone ha affidato al pentagramma qualcosa come oltre 600 lavori strumentali di vario genere, 640 composizioni vocali profane, 25 opere teatrali, 18 oratori, 49 Passioni e circa duemila cantate sacre. Cifre da capogiro, che non hanno forse eguali nell'intera storia della musica; all'interno di questo sconfinato patrimonio, l'abilità degli esecutori è quella di andare a scovare i tesori nascosti dove la scintilla del genio di Telemann ha brillato maggiormente di luce propria. A capo della compagine vocale Kammerchor Michaelstein, dell'ensemble strumentale Telemannisches Collegium Michaelstein e di un valido quartetto di cantanti solisti, il direttore Ludger Rémy ha così optato per un trittico di Cantate festive - scritte tra il 1759 e il 1762 - che risalgono all'ultima stagione creativa del compositore tedesco, quando ormai ottuagenario non aveva comunque perso la forza di volontà, la lucidità e l'ispirazione per concepire opere di grande respiro e profonda spiritualità (CD pubblicato da Cpo e distribuito da Sound and Music). La Cantata per la Pentecoste Komm, Geist des Herrn sorprende infatti per lo spessore e la complessità dell'invenzione artistica, la maestosità delle sue dimensioni e l'imponenza dell'organico impiegato (coro e voci soliste sono accompagnate da un'orchestra che comprende tre trombe, due oboi e timpani, oltre ad archi e a una sezione di basso continuo); in piena continuità ideale con l'intento celebrativo che caratterizza la destinazione liturgica del lavoro, Rémy opta per una lettura condotta all'insegna di armonia ed equilibrio, volta a far risaltare la trasparente lucentezza del tessuto melodico, l'elegante agilità delle linee vocali e l'estrema confidenza con la retorica dell'epoca, riuscendo soprattutto a mantenere sempre acceso il clima di vitalità, stupore e gioia con cui la plasticità barocca della musica di Telemann accompagna le immagini che evocano la discesa dello Spirito Santo, «guida dei popoli di tutto il mondo nel santuario della pace divina». May 2007. La fede illuminata di Palestrina nei Mottetti per la Beata Vergine. I brani devozionali dedicati al culto della Vergine corrono lungo tutto l'arco della traiettoria creativa di Giovanni Pierluigi da Palestrina (ca. 1525-1594) e ne riflettono le diverse fasi di ricerca musicale; rappresentano una sorta di "palestra" per l'arte e per lo spirito, all'interno della quale il compositore prenestino ha via via plasmato gli esiti più compiuti ed elevati del suo magistero polifonico. Figura di primissimo piano nella vita musicale romana cinquecentesca, Palestrina ricoprì la carica di maestro di cappella in San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e poi presso la Cappella Giulia, che accompagnava i riti celebrati nella Basilica di San Pietro e in altre chiese della città che cadevano sotto la giurisdizione del Vaticano. In totale sintonia con i propositi di "decontaminazione" dello stile e semplificazione del linguaggio formulati durante il Concilio di Trento, il "princeps musicae" è riuscito a piegare al servizio di un'esemplare sobrietà espressiva la più complessa delle scritture contrappuntistiche, adeguandosi perfettamente alle direttive e ai desiderata conciliari che auspicavano come "l'intera struttura del canto nei modi musicali debba essere costruita non per offrire all'orecchio un vano piacere, bensì in modo che le parole possano essere chiaramente comprese da tutti, così che i cuori degli ascoltatori siano attratti dal desiderio di armonie celesti…". Il "miracolo palestriniano" consiste dunque nel rinvenimento della formula alchemica in grado di restituire la piena intelligibilità del testo liturgico e di innalzare nel contempo la pratica musicale a dignità di arte assoluta, così come ci viene idealmente testimoniato dal disco che Luigi Taglioni e l'ensemble vocale Camerata Nova hanno dedicato a una selezione di Mottetti per la Vergine Maria (CD pubblicato da Stradivarius e distribuito da Milano Dischi). Nel clima di raccoglimento e di preghiera a cui ci introduce da subito la folgorante sequela di brani che apre la raccolta - Ave Maria, Surge propera e Quae est ista - o nella grandiosa mise en scène dei due Magnificat si possono individuare quei principî a cui si ispirava nel profondo il loro illustre autore: «dare spirito vivo alle parole» e avvicinare la musica al Mistero. May 2007. Gli splendori della Venezia del '700 nei Vespri cantati di Antonio Lotti. I diari di viaggio dei turisti stranieri che tra XVIII e XIX secolo hanno attraversato in lungo e in largo il nostro Paese rappresentano un'inesauribile fonte di notizie sui più disparati elementi che animavano il panorama musicale italiano dell'epoca, dalle prassi esecutive alla fortuna goduta in vita da autori e interpreti. Testimonianze di grande valore, riportate da figure autorevoli, competenti e appassionate come Charles Burney, egli stesso compositore, organista e storiografo, i cui celeberrimi reportage rappresentano ancora oggi preziosi strumenti ricchi di interessanti informazioni. Approdato a Venezia intorno al 1770, lo studioso inglese ebbe modo di verificare di persona lo splendore e il fasto che avvolgevano in ogni suo aspetto la vita artistica e religiosa della Serenissima; così, assistendo nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo alla processione annuale guidata dal Doge, si trovò immerso in «musiche gravi e maestose, nello stile della migliore tradizione liturgica», tali da disporre «lo spirito alla carità, spogliandolo da ogni passione grossolana e sensuale». Ne era autore Antonio Lotti (1666-1740), compositore a lungo attivo tra Dresda e Venezia, città dove operò presso l'Ospedale degli Incurabili (uno dei quattro enti caritativi che offrivano alle giovani orfane loro ospiti un'istruzione musicale di primissimo livello) e dove ricoprì le cariche prima di cantore, poi di organista e infine di maestro di cappella presso la Basilica di San Marco. Di lui si sono sempre lodati il magistero della scrittura contrappuntistica, la naturalezza espressiva e l'originalità nel trattamento della struttura armonica, caratteristiche tutte che trovano riscontro nei lavori più conosciuti del suo repertorio sacro, come l'imponente Miserere a quattro voci e soprattutto gli splendidi Salmi per i Vespri, recentemente incisi dall'ensemble corale Sächsisches Vocalensemble e da quello strumentale della Batzdorfer Hofkapelle diretti da Matthias Jung (CD pubblicato da Cpo e distribuito da Sound and Music); opere in cui la sensibilità estetica e la modernità inventiva d'impronta barocca vengono forgiate da Lotti su principi di austera e profonda spiritualità, destando in primis la stupita ammirazione dell'esigente Lord Burney. April 2007. Viaggio musicale nell'antica Praga cercando le radici dei canti di fede. È un affascinante viaggio indietro nel tempo quello che ci invita a compiere il disco Universi populi (pubblicato da Zig Zag e distribuito da Jupiter): destinazione, Praga. È lì che, tra gli archivi del Castello e del Duomo di San Vito (la più antica cattedrale gotica dell'Europa centrale) e la biblioteca del convento benedettino di San Giorgio, Brigitte Lesne e il complesso vocale femminile Discantus sono andati a scovare e a riportare alla luce i canti sacri che accompagnavano i riti e le principali celebrazioni della «Città dorata» tra XII e XV secolo; un tesoro per certi versi sorprendente, che documenta la vivacità e la centralità di cui godeva la vita artistica, religiosa e culturale di Praga durante l'epoca medievale, peraltro attestata dalla presenza, in pieno Trecento, di un illustre maestro come Guillaume de Machaut, vero e proprio trait-d'union con le istanze compositive che animavano il panorama musicale contemporaneo. Antifone, tropi, introiti, inni, mottetti, conductus e sacrae cantiones sono stati qui selezionati e ordinati assecondando il calendario dell'anno liturgico (dall'Avvento alla Pentecoste, passando per il tempo quaresimale e pasquale), con un occhio di particolare riguardo nei confronti del repertorio devozionale dedicato alla Vergine Maria e a quello «locale» della città sulla Moldava e dei suoi santi patroni (la martire Ludmilla e suo nipote Venceslao, duca di Boemia). La Lesne e il suo gruppo si addentrano in questa varietà di forme e di stili con un approccio lento ed estatico, di eccezionale concentrazione, in grado di piegare qualsiasi difficoltà o esigenza di carattere tecnico e interpretativo all'efficacia espressiva di un forte contenuto emotivo. Dando nuovo risalto ai frutti originali e maturi di un patrimonio musicale e spirituale che, innestandosi sulla tradizione gregoriana e seguendo da vicino il fiorire dello stile polifonico, è approdata a Praga partendo dagli ambienti canonici prossimi alla parigina Cattedrale di Notre Dame o dai monasteri delle terre d'Aquitania, passando per le raffinate corti principesche di Fiandre e Borgogna; testimonianza viva di come le comuni radici cristiane del nostro continente rappresentassero un semplice e incontrovertibile dato di fatto. April 2007. Nelle note di un bardo medievale l'autentico mistero della Passione. C'è una buona dose di coraggio alla base di un progetto come quello realizzato da Brice Duisit, ma anche l'intima consapevolezza di trovarsi davanti a un documento che rappresenta la straordinaria testimonianza artistica e spirituale di un'umanità ormai prossima all'alba dell'anno Mille, con il suo fardello di ansie e paure, certezze e credenze; di un mondo che, come affermava il monaco benedettino Rodolfo il Glabro, si andava «scrollando di dosso la sua vecchiezza per rivestirsi di un bianco mantello di cattedrali». Nel disco Passion de Clermont (pubblicato da Alpha e distribuito da Jupiter) l'artista francese veste i panni di un antico bardo che, accompagnandosi al suono della sua sola viella (antenato medievale del moderno violino), anziché indirizzare canzoni «cortesi» alla propria dama del cuore si cimenta nei versi che narrano le vicende della passione, morte e resurrezione di Gesù, così come sono riportati in un manoscritto custodito nella Cattedrale di Clermont-Ferrand e scritto a cavallo tra X e XI secolo in una lingua riconducibile al ceppo provenzale d'«oc». Il chiaro intento didattico e apologetico del «sacro poema» s'intreccia al filo ramingo di un racconto dai toni quasi epici; ne nasce così una sorta di rappresentazione teatrale, che asseconda il tracciato ritmico fornito dalla scansione metrica e dalla successione delle rime, in un'ipnotica ripetizione dello schema melodico offerto dalla notazione neumatica che accompagna peraltro solo la prima «cobla» (la strofa delle composizioni trobadoriche) del testo letterario. Cinquantadue minuti e quarantun secondi di musica e poesia apparentemente fuori del tempo, ma che hanno la presunzione di avere qualcosa di autentico e profondo da dire proprio al nostro tempo, scandito da ritmi frenetici, tecnologie globalizzate e da un'ansia febbrile di novità che sembra bruciare ogni attimo del presente in nome di una proiezione virtuale nel futuro. Un progetto discografico che nulla concede al facile ascolto, ma che richiede uno sforzo di riflessione, concentrazione e immedesimazione: Duisit, la sua voce e la sua viella ci costringono a stare di fronte al mistero della Passione di Cristo con lo spirito di chi si ferma per fare memoria, senza compromessi o distrazioni. March 2007. Nella cantata «Mater» di Godár il triplice mistero dell'esistenza. «Vedere una madre che seppellisce il proprio figlio è una delle scene più sconvolgenti che si possano immaginare, perché interroga nel profondo il senso ultimo della nostra esistenza…». È partito da questa riflessione il compositore slovacco Vladimír Godár (classe 1956) per tessere la trama di Mater, un'imponente cantata formata da sei brani tra loro indipendenti, ordinati all'interno dell'opera in relazione alle principali tappe dell'esistenza umana secondo i fondamenti della religione cristiana: nascita, morte e resurrezione. Concepito tra il 1997 e il 2005 per diversi organici vocali e strumentali - dal trio per soprano, viola e violoncello all'orchestra d'archi con coro - si tratta di un grandioso omaggio alla figura ideale della "donna-madre", e in particolare alla figura femminile per eccellenza, la Vergine Maria: protettrice, consolatrice e sofferente, «termine fisso d'eterno consiglio». Tra moderne istanze compositive ed echi di antiche polifonie, dal punto di vista artistico la cantata rappresenta invece un tributo ai maggiori esponenti delle avanguardie musicali della seconda metà del secolo scorso - da Ligeti a Lutoslawski, da Xenakis a Górecki -, ma anche ai grandi maestri dell'arte contrappuntistica tardo-medievale come Machaut, Dufay e Ockeghem. È stato lo stesso Godár a supervisionare di persona l'incisione discografica di Mater approntata da Iva Bittová (voce solista), Miloš Valent (violino e viola), dal coro del Conservatorio di Bratislava e dall'orchestra da camera Solamente Naturali diretti dal giovane Marek Štryncl (cd pubblicato da ECM e distribuito da Ducale); una lettura tesa e vibrante, che attraversa il carattere solenne dei capisaldi della tradizione devozionale mariana come l'inno Regina Coeli o il Magnificat (basato sull'intonazione originale utilizzata nel Vespro monteverdiano) e quello maggiormente profano e popolare di pagine come Maykomashmalon e Uspávanky (Ninnananna). Baricentro musicale, espressivo ed emotivo dell'intero progetto, la versione in lingua slava della sequenza dello "Stabat Mater", Stálá Mater: sacra icona del dramma tutto "materno" che si consuma ai piedi della Croce e, di riflesso, nel cuore di ogni uomo, domanda ineludibile sul «senso ultimo della nostra esistenza». March 2007. Nei suggestivi Lieder di Capricornus lo spirito musicale del XVII secolo. Samuel Friedrich Capricornus (1628-1665) - il cui cognome risulta la latinizzazione dell'originale Blockshorn - fu maestro di cappella a Bratislava, Strasburgo e infine presso la corte di Stoccarda; durante un soggiorno a Roma conobbe Giacomo Carissimi, che fece eseguire i suoi lavori nella Basilica di Sant'Apollinare, e poté beneficiare della «benedizione artistica» impartita dal grande Heinrich Schütz, che lodò la sua musica come «incantevole» e «straordinaria». Chissà quali prospettive di luminosa carriera si sarebbero potute spalancare di fronte al compositore boemo se un tragico destino non ne avesse troncato prematuramente l'esistenza all'età di soli 36 anni. A sua imperitura memoria rimangono comunque le opere che, circostanza davvero eccezionale nel corso del Seicento, continuarono a essere stampate anche dopo la morte del loro autore. A capo dell'ensemble La Chapelle Rhénane, il direttore Benoît Haller ha fermato la sua attenzione su due tra le partiture maggiormente conosciute (cd pubblicato da K617 e distribuito da Ducale); da un lato le «sacre scene» della raccolta Theatrum Musicum, con il loro variopinto universo stilistico e formale, dall'altro la composizione forse più innovativa di Capricornus, i Zwey Lieder von dem Leyden und Tode Jesu, due brani ispirati alla «sofferenza e morte di Gesù» e destinati ad accompagnare il tradizionale «Ufficio delle Tenebre» durante le celebrazioni liturgiche del Triduo pasquale. In entrambi i pezzi il supporto strumentale viene fornito dall'avvolgente tappeto sonoro di un quartetto di viole da gamba, accompagnato da arpa, tiorba e organo; nei Lieder il ruolo dei cantanti solisti spetta a soprano e mezzosoprano, mentre nelle pagine del Theatrum Musicum la sezione vocale comprende controtenore, tenore e basso. Nonostante l'economia delle forze esecutive impiegate, l'esito è davvero sorprendente e si traduce in una sequela di quadri musicali di notevole impatto e suggestione, la cui alta valenza drammaturgica viene amplificata da una lettura più che convincente, a tratti giustamente forzata verso i toni della riflessione e del dolore, come testimonia lo stupendo lied O Traurigkeit, o Herzeleid! (O tristezza, o afflizione!), che da solo vale l'ascolto dell'intero disco. March 2007. La felice riscoperta di Ferrandini e delle sue «Cantate per passione». Un fermo-immagine di grande suggestione e sorprendente modernità, geniale nella sua concezione e perfetto nella sua realizzazione: tale si impone ancora oggi agli occhi stupiti e affascinati il Compianto sul Cristo morto, plasmato nella terracotta, intorno al 1480, dallo scultore Guido Mazzoli. Dal plastico realismo di questa scena, dal suo drammatico e imbarazzante silenzio, si leva un urlo, muto ma straziante: è il grido disperato di Maria Maddalena, emblema del dolore e dello smarrimento, e proprio per questo scelto come copertina del disco dedicato alle Cantate per passione di Giovanni Battista Ferrandini (1710-1791). Opere pressoché sconosciute di uno di quei tanti autori "minori" che ogni tanto riemergono dall'oblio grazie al paziente e illuminato lavoro di interpreti attenti e coraggiosi; in questo caso il soprano Elisabeth Scholl e la compagine orchestrale tedesca Echo du Danube che, tra un Quartetto per archi e un Concerto per flauto, hanno registrato alcuni pagine sacre scritte per il Tempo di Quaresima (cd pubblicato da Accent e distribuito da Jupiter). Veneziano di nascita, Ferrandini si formò artisticamente a Monaco di Baviera, dove nel 1737 venne nominato "Direktor der Kammermusik" (direttore della musica da camera) presso la cappella di corte e dove si distinse per talento creativo e raffinatezza dello stile compositivo, a tal punto che una delle sue più celebri "Arie per voce sola" (Giunta l'ora fatal) è stata a lungo attribuita al sommo Händel. Introdotte da un'ipnotica "Arietta Sacra per il Santo Sepolcro", le Cantate O spettacolo troppo funesto ed Ecco quel tronco risultano l'adattamento in musica delle riflessioni e dei tormenti vissuti da chi si trova al cospetto del grande mistero pasquale, di fronte alle «piaghe insanguinate» e alle «vene lacerate» del Figlio di Dio «alla croce attaccato». Un'esecuzione nobilmente mesta e nel contempo soave, che nulla concede all'effetto ma che sempre scava in profondità, calibra con precisione l'intarsio polifonico tra voce solista e interventi strumentali; per un Settecento che, abbandonati pizzi, parrucche e finti nei, leva la tela su un vero e proprio teatro dell'anima, dove vanno in scena le passioni interiorizzate di una devozione sincera e appassionata. March 2007. Nella «Passione-Oratorio» di Loewe risuona tutto lo spirito evangelico. Teorico e didatta, cantante e compositore, Carl Loewe (1796-1869) viene soprattutto ricordato come geniale autore di ballate per voce e pianoforte; scrisse infatti quasi quattrocento Lieder di pregiata fattura, al punto da essere definito lo «Schubert della Germania del Nord». Personalità di rilievo nel panorama artistico del suo tempo, fu membro dell'Accademia di Berlino e dal 1820 al 1846 ricoprì il ruolo di Kantor nella Jakobikirche di Stettino. È qui che, sull'onda della renaissance inaugurata dalla storica esecuzione della Passione secondo Matteo guidata nel 1829 dal giovane Mendelssohn, Loewe riscoprì i grandi capolavori sacri bachiani e compose la maggior parte della sua ricca produzione di oratori; un ambito creativo che risente evidentemente della lezione del Maestro di Eisenach e che alla fine contò ben diciassette numeri d'opera, all'interno dei quali merita una particolare attenzione Das Sühnopfer des neunen Bundes (Il sacrificio espiatorio della Nuova Allenza), recentemente al centro di una registrazione dal vivo realizzata dall'Ensemble Vocal & Instrumental des Heures Romantiques diretto da Udo Reinemann (2 cd pubblicati da Naxos e distribuiti da Ducale). Privo del ruolo di narratore tradizionalmente affidato alla figura dell'Evangelista, l'oratorio è suddiviso in tre parti: la prima riguarda la visita di Gesù a Betania presso la casa dell'amico Lazzaro (premonizione della definitiva vittoria pasquale del Risorto sulla morte), la seconda si apre con l'arresto nell'orto dei Getsèmani per poi chiudersi con gli interrogatori di Caifa e Pilato, mentre nell'ultima si susseguono le drammatiche scene della Via Crucis, della morte sul Golgota e della deposizione nel sepolcro. La lettura offerta da Reinemann e compagni accentua la dimensione cameristica del lavoro optando per un organico a parti reali, cioè con un solo esecutore per ogni uno singolo strumento previsto in partitura: quartetto d'archi, contrabbasso e organo si ritrovano così a fronteggiare un'ampia compagine corale e 5 cantanti solisti, tra brani vocali d'insieme di chiara ascendenza luterana e arie di forte spessore teatrale, in una sintesi singolare tra un impianto formale di stampo tardo-barocco e una temperie espressiva vagamente romantica. February 2007. Nelle «Méditations» di Charpentier canti di fede dai tempi del Re Sole. Pur rimanendo sempre ai margini della sfarzosa vita di corte, dove la musica veniva generalmente considerata alla stregua di un semplice intrattenimento che riguardava soprattutto il teatro d'opera e il balletto, Marc-Antoine Charpentier (1643-1704) si è affermato come il più prolifico compositore di musica sacra ai tempi del Re Sole. La maggior parte del suo vasto corpus di opere vocali è infatti nato per accompagnare le funzioni quotidiane nelle istituzioni religiose più importanti della Parigi della seconda metà del XVII secolo, come testimoniano i dieci splendidi «petits motets» che compongono le Méditations pour le Carême, scritti con ogni probabilità per la Chiesa di San Luigi dove Charpentier ricopriva la carica di Maître de musique. Si tratta appunto di meditazioni musicali e spirituali dedicate al Tempo della Quaresima, attraverso le quali vengono ripercorse le tappe salienti del lungo cammino contemplativo e penitenziale che sfocia nella grandiosa celebrazione finale della Santa Pasqua; dieci «stazioni», in cui voci e strumenti narrano e commentano, tra cupe linee melodiche e violenti contrasti armonici, le riflessioni sul tradimento di Giuda (Ecce Judas), il rinnegamento di Pietro (Cum cenasset Jesus), il processo (Quaerebat Pilatus dimittere Jesum) e la morte di Gesù (consegnata alle tinte fosche del brano Tenebræ factæ sunt), ma anche il dolore della Vergine ai piedi della croce (nel breve e intensissimo Stabat mater) e il pentimento di Maria Maddalena (Sola vivebat in antris). Perle tra le più preziose del ricco diadema musicale che il compositore francese ha consegnato ai posteri e che l'ottimo Ensemble Pierre Robert diretto da Frédéric Desenclos ha saputo far risplendere con il giusto passo e un'acuta sensibilità introspettiva (cd pubblicato da Alpha e distribuito da Jupiter); tre soli cantanti solisti (controtenore, tenore e basso), con l'accompagnamento felpato di una sezione di basso continuo costituita da viola da gamba, tiorba, fagotto e organo, riescono a conferire l'adeguato spessore drammatico e teatrale a questa sorta di «esercizio per lo spirito», che parla attraverso immagini ed emozioni in cui l'ascoltatore si trova coinvolto direttamente e alle quali viene invitato a partecipare in prima persona. February 2007.Canti di fede e tradizione rivelano la spiritualità segreta dei Paesi baschi. In totale armonia con i proponimenti e con la particolare sensibilità espressa dal suo fondatore, monsignor Luigi Giussani, la collana «Spirto gentil» continua a promuovere proposte discografiche di assoluta originalità e notevole interesse, nel tentativo di riavvicinare un pubblico più vasto possibile alla «grande musica», ultimamente sempre più emarginata e allontanata dagli abituali canali di trasmissione e dai mass media. Ormai giunta al suo decimo anno di vita tra prestigiosi riconoscimenti e sorprendenti cifre di vendita, forte di un vasto repertorio che spazia dalle Sinfonie e dalle Sonate per pianoforte di Beethoven ai canti russi diretti da Svesnikov, dalle opere sacre di Rachmaninov (Vespri e Liturgia di San Giovanni Crisostomo) alle canzoni napoletante interpretate da Tito Schipa, dai capolavori cameristici di Schubert agli Stabat Mater di Pergolesi e Dvorák, la collana ha dedicato il suo quarantesimo titolo a una raccolta di Canti baschi eseguiti dal gruppo vocale maschile Oldarra (cd distribuito da Universal Music Italia). Si tratta del tributo a un prezioso patrimonio folclorico radicato in antiche tradizioni orali, a rappresentare la voce viva e autentica di un popolo che si riflette in un caleidoscopio sonoro comprendente ninnananne e lamenti funebri, filastrocche per bambini e canti dei marinai, musiche per far festa e per danzare, per celebrare le bellezze della natura e per parlare d'amore, ma anche, e soprattutto, per pregare, come testimoniano le solenni intonazioni del Padre nostro, le dolci invocazioni alla Vergine e i variopinti brani per la Santa Pasqua. «Il canto basco è la convincente esaltazione di una ricchezza umana, di una sempre più evidente e inesorabile umanità religiosamente attestata», sosteneva don Giussani in un commento riportato nelle note di copertina del disco; ed è proprio nella verità di queste musiche, attraverso un intreccio di melodie e armonizzazioni sobrie ma sempre profondamente suggestive, che si rivela il cuore della vita sociale e dell'esistenza quotidiana di una comunità, scandita da fortune e avversità, speranze e sofferenze, gioie sfrenate e intense nostalgie; il valore e la peculiarità di un repertorio unico, che qui assurge a dignità di vera arte. February
2007. Le
melodie dimenticate di Hasse sulle vicende di Mosè nel deserto. «Raramente nella storia della musica è dato sperimentare un dislivello
tanto sconcertante tra la stima attribuita a un compositore dai
contemporanei e l'oblio pressoché totale nel quale il suo nome precipita
dopo la morte…»: nel paragrafo iniziale del suo prezioso volume
monografico dedicato alla figura di Johann Adolf Hasse (1699-1783),
pubblicato per i tipi dell'Epos, il musicologo Raffaele Mellace
denuncia apertamente una delle più deplorevoli ingiustizie di cui
cadono spesso vittima i grandi maestri del passato, ma che nel caso
dell'artista sassone acquista quasi i toni dello scandalo. Kapellmeister
a Dresda al servizio del Re di Polonia ed Elettore di Sassonia,
compositore ufficiale presso la Corte imperiale asburgica, Hasse
operò infatti nei principali centri del circuito culturale dell'epoca,
conteso da principi, duchi, sovrani e dalle principali istituzioni
teatrali europee, vivendo tra Napoli, Dresda, Vienna e Venezia.
Nella città sulla Laguna, intorno al 1735 venne chiamato a ricoprire
la prestigiosa carica di maestro del coro presso l'Ospedale degli
Incurabili, uno dei quattro enti caritativi che offrivano alle giovani
orfane loro ospiti un'istruzione musicale di primissimo livello;
a quegli anni risale l'oratorio Serpentes ignei in deserto, un lavoro
relativamente breve su testo latino, concepito come introduzione
all'esecuzione del Salmo 51 (Miserere). Il soggetto è tratto dall'Antico
Testamento e narra della rivolta degli Ebrei contro Mosè e contro
il piano divino di cui egli si fa portavoce; per punizione il Signore
invierà nel deserto dei serpenti velenosi, ma al pentimento del
popolo farà seguito il perdono di Jahwè. La prima registrazione
mondiale di quest'opera, realizzata dall'ensemble Les Paladins diretto
da Jérôme Correas (cd pubblicato da Ambronay e distribuito da Ducale),
rappresenta una delle rarissime incursioni discografiche nel repertorio
sacro di Hasse e merita dunque una speciale attenzione; una sorta
di «prova d'appello» per la fortuna postuma del compositore sassone,
ampiamente superata in virtù della felice vena di ispirazione creativa
dell'oratorio e dell'abilità con cui gli interpreti sono riusciti
a fronteggiare le pagine di alto virtuosismo di cui è disseminata
la partitura. January 2007. Nel Vespro per Maria di Monteverdi la ricerca musicale del XVII secolo. Il direttore inglese Paul McCreesh è arrivato a incidere il Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi (1567-1643) dopo 25 anni di studi approfonditi e assidua frequentazione (2 cd pubblicati da Archiv e distribuiti da Universal); al termine di un lungo cammino di avvicinamento che poggia su alcune precise e incrollabili convinzioni interpretative ma che, per sua stessa ammissione, lascia tuttora diverse domande senza risposta. La partitura del compositore cremonese rappresenta infatti per McCreesh una sorta di «cantiere aperto», compendio paradigmatico di tutte le questioni che solitamente caratterizzano l'esecuzione di un'opera di «musica antica» così articolata e complessa, per certi versi ancora oggi avvolta dal mistero. Non è infatti chiaro se sia stata concepita come corpus unitario o come raccolta di brani sparsi, per quale tipo di organico vocale e strumentale sia stata scritta e quale fosse la reale occasione liturgica della sua creazione. Dato alle stampe nel 1610, quando Monteverdi ricopriva la carica di «Maestro della musica del Serenissimo Duca di Mantova» (e solo tre anni prima che venisse nominato Maestro di Cappella della Basilica Patriarcale di San Marco a Venezia), questo capolavoro è stato composto, come recita il frontespizio, «sopra i canti fermi», cioè sopra le originali melodie gregoriane dei brani che lo costituiscono; con un occhio rivolto dunque al passato ma con l'altro decisamente spalancato verso il futuro, in direzione di quella «nuova prattica» che proprio in tale ambito trova una meravigliosa sintesi tra i richiami all'antico canto liturgico, i dettami della più severa scuola contrappuntistica e le nuove istanze stilistiche dallo stesso musicista mirabilmente forgiate nel campo del madrigale e del nascente melodramma. Alla testa dei fedelissimi ensemble dei Gabrieli Consort & Players, McCreesh si cala tra le splendide pagine del Vespro monteverdiano con l'ormai proverbiale maestria, setacciando la partitura in profondità e lasciando risplendere in superficie baluginii di autentica spiritualità; con l'indole del ricercatore attento e del musicista appassionato, ma soprattutto con la consapevolezza di essere lui stesso il primo a stupirsi di fronte a tale straripante ricchezza. January 2007. «The Dream of Gerontius» di Elgar corale viaggio dell'umanità penitente. L'oratorio The Dream of Gerontius segna il punto di incontro tra due figure centrali della vita artistica, culturale e religiosa della Gran Bretagna: il compositore Edward Elgar (1857-1934) e il cardinale John Henry Newman (1801-1890), la cui conversione al cattolicesimo suscitò un grave scandalo negli ambienti anglicani nell'Inghilterra vittoriana. Nel 1889, in occasione del suo matrimonio, Elgar aveva ricevuto in dono il testo di Newman, a quei tempi un vero e proprio bestseller, e ne era rimasto profondamente affascinato; dopo otto anni di assidue letture, in cui aveva «assorbito la poesia» e «assimilato i pensieri dell'autore» nei suoi «impulsi musicali», il compositore decise di conferire forma e sostanza melodica alle vicende narrate nel poema di Newman e l'oratorio per tenore, mezzosoprano, basso, coro e orchestra The Dream of Gerontius - dedicato "Ad Majorem Dei Gloriam" - venne eseguito per la prima volta il 3 ottobre 1900 durante il Birmingham Triennial Festival. Al di là di qualsiasi conflitto confessionale cattolico-protestante, l'opera viene oggi unanimemente considerata uno dei capisaldi della musica britannica di ogni tempo; pagine come il grandioso inno corale Praise to the Holiest in the Height o la commovente ninnananna conclusiva Softly and gently (con la sua inconfondibile temperie wagneriana) rappresentano i vertici creativi del percorso di immedesimazione con cui Elgar ha tratteggiato la figura del protagonista: «Ho immaginato Gerontius un uomo come noi stessi, non un prete o un santo, ma un peccatore; ovviamente, un peccatore penitente…». È proprio questa la chiave di lettura suggerita per avvicinare l'interpretazione offerta, sotto l'ispirata direzione di Colin Davis, dalle compagini London Symphony Chorus & Orchestra, insieme con il terzetto di cantanti solisti costituito da David Rendall, Anne Sofie von Otter e Alastair Miles (2 Sacd pubblicati da LSO Live e distribuiti da Sound and Music); un'esecuzione dal vivo vibrante e appassionata, in cui gli ultimi istanti di vita di Gerontius (con la toccante consacrazione alla Vergine) e il viaggio della sua anima nel mondo dell'aldilà, al cospetto di demoni e angeli, acquista idealmente il significato di un epico cammino iniziatico di dantesca memoria. January
2007. La Reverdie
fa risplendere le note della grandiosa «Missa» di Dufay. Fondato nel 1986 da una doppia coppia di sorelle cantanti e strumentiste
- Claudia e Livia Caffagni, Elisabetta ed Ella de' Mircovich - con
l'intento di esplorare il repertorio musicale dall'Alto Medioevo
ai primi decenni del XV secolo, l'ensemble La Reverdie è oggi una
delle più vivaci e affermate realtà nel panorama internazionale
della cosiddetta "musica antica"; in oltre vent'anni di luminosa
carriera il gruppo italiano, per sua stessa ammissione, ha dedicato
in modo particolare studi, ricerche e la propria raffinata attività
interpretativa «all'ampio e in gran parte inesplorato dominio del
"teatro sacro": drammi liturgici e liturgia drammatica, rappresentazioni
collettive, manifestazioni evocative della religiosità di un'epoca
i cui echi non si sono ancora spenti…». Un'autentica missione che
è ultimamente approdata all'incisione discografica (pubblicata da
Arcana e distribuita da Jupiter) di uno dei massimi capolavori del
compositore franco-fiammingo Guillaume Dufay (ca. 1400-1474), quella
Missa "Sancti Jacobi" che Claudia Caffagni, autrice del prezioso
saggio che accompagna le note di copertina del cd, riconosce come
«la prima "messa plenaria" della storia della musica», in cui si
trovano appunto riunite in Plenarium le sezioni di Ordinarium e
Proprium; insieme con le cinque parti fondamentali di ogni "ordinaria"
celebrazione eucaristica (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus
Dei) sono infatti presenti anche quattro canti "propriamente" riferiti
alla particolare festività in questione (Introitus, Alleluia, Offertorium
e Post-Communio sono infatti direttamente dedicati alla figura dell'apostolo
Giacomo). Partitura di indiscussa rilevanza storica, stilistica
e formale, la Missa di Dufay rappresenta una punta di stella nel
firmamento musicale prediletto dall'ensemble La Reverdie, per l'occasione
rinforzato da un ulteriore apporto di voci e strumenti (flauti,
vielle, cornetti, arpe e organo portativo); una vera e propria pietra
angolare del repertorio sacro quattrocentesco, dove la rigorosa
complessità e la vocazione geometrica della trame contrappuntistiche,
pur non perdendo una stilla del loro fitto pensiero, si stemperano
in grazia, dolcezza, calore, immediatezza espressiva e armonia spirituale.
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