|
Recordings
|
Registrazioni
di Musica Sacra segnalate da E'
possibile pubblicizzare in questa pagina CD di Musica Sacra (corale,
strumentale ed organistica) 2013 - 2012 - 2011 - 2010 - 2009 - 2008 - 2007 - 2006 - 2005 - 2004 - 2003 - 2002 December 2008. Le Cantate per il Tempo di Natale dell’ispirato e poliedrico Telemann. La produzione di Georg Philipp Telemann (1681-1767) è straordinariamente vasta e abbraccia praticamente tutti i generi e le forme musicali del suo tempo; personalità poliedrica, uomo di cultura, profondo conoscitore della musica 'pratica' come di quella 'teorica', il compositore tedesco sfruttò le esperienze stilistiche che i numerosi viaggi per tutta Europa gli permisero di conoscere in profondità. I numeri del suo catalogo hanno dell’incredibile: durante la sua lunga e luminosa carriera, costellata di prestigiosi incarichi nei più importanti centri di area germanica, l’artista sassone ha affidato al pentagramma qualcosa come oltre 600 lavori strumentali di varia destinazione, 640 composizioni vocali profane, 25 opere teatrali, 18 oratori, 49 Passioni e circa duemila cantate sacre. Telemann cominciò a scrivere musica liturgica quando aveva solo dodici anni ed era ancora studente presso il ginnasio di Hildesheim, proseguendo poi tale prolifica attività con sempre crescente successo al servizio delle principali istituzioni politiche e religiose di Lipsia e Amburgo. All’interno del suo sconfinato corpus di opere sacre, uno dei più imponenti dell’intera storia della musica, il direttore Paul Dombrecht ha selezionato quattro paradigmatiche Cantate per il Tempo del Natale (cd pubblicato da Fuga Libera e distribuito da Jupiter). A capo dell’ensemble corale e orchestrale Il Fondamento e di un ben equilibrato cast di cantanti solisti – nel quale si impongono comunque le spiccate doti tecniche ed espressive del soprano Johannette Zomer – il maestro belga rievoca in modo assolutamente convincente ora il clima di gioia festosa che accende le Cantate Num Komm der Heiden Heiland ( Vieni ora, o Salvatore dei pagani) e Uns ist ein Kind geboren (Un Bambino è nato per noi), ora l’atmosfera maggiormente raccolta e poetica che pervade i brani Gelobet seist du, Jesu Christ (A Te si rivolgano le preghiere, Gesù Cristo) e Der Jüngste Tag wird bald sein Ziel erreichen (Il Giorno del Giudizio raggiunga presto il suo compimento); un compendio esemplare di composizioni di grande comunicativa e immediatezza espressiva, colonna sonora ideale in cui si rispecchia il senso di religiosa attesa che accompagna il lungo cammino del Tempo di Avvento. November 2008. Voci dal Rinascimento spagnolo Fede e semplicità in tre dischi. L a rigogliosa stagione della musica rinascimentale spagnola è nata e fiorita nel clima di rinnovamento e rinsaldamento dei principi della dottrina cattolica che ha attinto linfa e ispirazione dai propositi controriformistici poi confluiti nei dettami promulgati dal Concilio di Trento; a quegli ideali estetici e artistici che auspicavano una semplificazione del linguaggio polifonico e una maggiore sobrietà espressiva a vantaggio di una più chiara intelligibilità del 'sacro testo'. L’attenzione sempre crescente che studiosi e interpreti riservano a questo decisivo capitolo nella storia del repertorio sacro cinquecentesco trova esemplare riscontro in tre recenti progetti discografici incentrati su altrettanti autori di primo piano nella vita musicale della penisola iberica, e non solo. A partire dal cd intitolato Magnificat (pubblicato da Hyperion e distribuito da Sound and Music), in cui il Brabant Ensemble e il suo direttore Stephen Rice si soffermano sull’opera liturgica di Cristóbal de Morales (ca. 1500-1553), già maestro de capilla a Toledo, Siviglia e a lungo attivo come cantore presso la Cappella Pontificia di Paolo III, dove ebbe modo di affinare il proprio bagaglio tecnico e stilistico. Dobbiamo invece al gruppo vocale La Colombina la prima esecuzione assoluta di alcune pagine di Tomás Luis de Victoria (ca. 1548-1611), nato ad Ávila ma cresciuto spiritualmente a Roma, all’ombra di personaggi come Filippo Neri e Ignazio di Loyola; nell’album Ad Vesperas (pubblicato da K617 e distribuito da Ducale) è stato infatti ricostruito un ipotetico Ufficio vespertino utilizzando l’apparato dei Salmi raccolto in un manoscritto inedito da poco riscoperto. Nel disco Streams of Tears (pubblicato da Coro e distribuito da Jupiter) la formazione corale e strumentale The Sixteen guidata da Harry Christophers si è infine avvicinata all’universo creativo di Juan Gutierrez de Padilla (ca. 1590-1664), compositore cresciuto professionalmente tra Jérez de la Frontiera e Cadice ma poi trasferitosi in Messico, dove prestò servizio presso la Cattedrale di Puebla e dove i suoi lavori rappresentarono il legame tra l’antico magistero contrappuntistico della tradizione europea e le inedite frontiere espressive spalancate sul Nuovo Mondo. October 2008. Il commovente «Stabat Mater» del contemporaneo Szymanowski. Sin dal Medioevo i versi dell’antica sequenza Stabat Mater dolorosa, che descrive lo strazio della Vergine di fronte alla morte del Figlio, hanno rappresentato un imprescindibile termine di paragone e una fonte inesauribile d’ispirazione per generazioni e generazioni di artisti che, ognuno con connotazioni e sfumature stilistiche differenti, hanno portato ai piedi della croce i tormenti e le speranze di intere nazioni e popoli piegati da lotte interne e stremati da sanguinosi conflitti, ma anche storie di intime sofferenze e lutti personali. Quando nel 1925 Karol Szymanowski (1882-1937) si accinse a scrivere il suo Stabat Mater 'per soprano, contralto, baritono, coro misto e orchestra' era uno degli autori più in vista del panorama musicale dell’Europa orientale; instancabile ricercatore e abile sperimentatore, invece della versione originale in lingua latina, attribuita a Jacopone da Todi, il compositore optò a favore di una traduzione polacca, trovando che, «nella sua semplicità primitiva, quasi naïf», il riadattamento 'volgare' del testo meglio si avvicinasse allo spirito originale del suo temperamento creativo. E verso questa direzione si muove l’incisione discografica realizzata dal Coro e dall’Orchestra Sinfonica della Radio Nazionale Polacca di Katowice e Cracovia diretti da Antoni Wit (cd pubblicato da Dux e distribuito da Jupiter), attraverso una lettura caratterizzata da una profonda tensione drammatica; da una forza d’impatto che non è mai diretta, frontale, ma l’esito studiato e ricercato di una precisa concezione artistica, risolta nei continui contrasti da un lato tra gli episodi che prendono libera ispirazione dai colori e dai ritmi della musica popolare polacca, con i suoi accenti forti e i timbri aspri, dall’altro tra la semplicità delle linee melodiche e la purezza espressiva delle pagine 'a cappella' (solo voci, senza strumenti), come la commovente sezione corrispondente al 'Fac me vere tecum flere' in cui, quasi sottovoce, Szymanowski, che durante la stesura dello Stabat Mater venne raggiunto dalla notizia della morte dell’amata nipotina, unisce la sua voce a quella del coro che chiede alla Madonna di restare con Lei presso la croce: perché «unirmi volontariamente a Te nel pianto è quanto desidero». October 2008. La forza millenaria del medievale «Ludus Danielis», cattedrale di note. Ci riporta al cuore del Medioevo l’incisione discografica che l’ensemble Dufay Collective e il suo direttore William Lyons hanno dedicato al celebre Ludus Danielis (cd pubblicato da Harmonia Mundi e distribuito da Ducale); al culmine del fermento artistico e spirituale di un mondo che «andava scrollandosi di dosso la sua vecchiezza, e si rivestiva d’un bianco mantello di cattedrali», come evoca la poetica immagine di Rodolfo il Glabro, monaco benedettino e cronista vissuto tra il 985 e il 1050. Il Ludus Danielis è una sacra rappresentazione composta intorno alla metà del XII secolo dai giovani 'scholares' della cattedrale di Beauvais, importante centro culturale della Francia nord-orientale, giunta fino a noi attraverso un solo manoscritto redatto tra il 1227 e il 1234; completo nella sua veste musicale e arricchito da precise indicazioni di messa in scena, questo dramma liturgico si ispira agli episodi dell’Antico Testamento incentrati sulla figura del profeta Daniele. La vicenda prende avvio dalla sontuosa festa del re babilonese Baldassar, durante la quale una mano ignota verga la misteriosa scritta 'Mene, Tekel, Peres'; a decifrare l’enigma viene chiamato il giudeo Daniele, che predice al sovrano l’imminente sventura che si abbatterà sul suo regno ad opera del re persiano Dario. Questi, salito al trono, viene indotto dalla maldicenza dei cortigiani a condannare alla fossa dei leoni l’innocente Daniele, che viene però salvato da un angelo inviato dal Signore; il Ludus si conclude infine con la profezia messianica della nascita di Cristo e con l’intonazione dell’inno di ringraziamento Te Deum. Ogni singolo passo della sacra rappresentazione è accompagnato e commentato da una 'colonna sonora' improntata a una straordinaria ricchezza inventiva e a un’estrema varietà formale e stilistica, che lascia ampio spazio alla fantasia e all’immaginazione, sorprendendo l’ascoltatore odierno per la modernità di alcune soluzioni melodiche, la profondità di caratterizzazione dei personaggi e l’impressionante carica drammaturgica. Perché, come sostiene lo studioso Gustave Reese, «la Chiesa non fu solo la 'sala da concerti' più progredita del Medioevo, ma ne fu anche il principale teatro»; il primo, autentico 'teatro dell’Opera'. October 2008. Il commovente «Stabat Mater» del contemporaneo Szymanowski. Sin dal Medioevo i versi dell’antica sequenza Stabat Mater dolorosa, che descrive lo strazio della Vergine di fronte alla morte del Figlio, hanno rappresentato un imprescindibile termine di paragone e una fonte inesauribile d’ispirazione per generazioni e generazioni di artisti che, ognuno con connotazioni e sfumature stilistiche differenti, hanno portato ai piedi della croce i tormenti e le speranze di intere nazioni e popoli piegati da lotte interne e stremati da sanguinosi conflitti, ma anche storie di intime sofferenze e lutti personali. Quando nel 1925 Karol Szymanowski (1882-1937) si accinse a scrivere il suo Stabat Mater 'per soprano, contralto, baritono, coro misto e orchestra' era uno degli autori più in vista del panorama musicale dell’Europa orientale; instancabile ricercatore e abile sperimentatore, invece della versione originale in lingua latina, attribuita a Jacopone da Todi, il compositore optò a favore di una traduzione polacca, trovando che, «nella sua semplicità primitiva, quasi naïf», il riadattamento 'volgare' del testo meglio si avvicinasse allo spirito originale del suo temperamento creativo. E verso questa direzione si muove l’incisione discografica realizzata dal Coro e dall’Orchestra Sinfonica della Radio Nazionale Polacca di Katowice e Cracovia diretti da Antoni Wit (cd pubblicato da Dux e distribuito da Jupiter), attraverso una lettura caratterizzata da una profonda tensione drammatica; da una forza d’impatto che non è mai diretta, frontale, ma l’esito studiato e ricercato di una precisa concezione artistica, risolta nei continui contrasti da un lato tra gli episodi che prendono libera ispirazione dai colori e dai ritmi della musica popolare polacca, con i suoi accenti forti e i timbri aspri, dall’altro tra la semplicità delle linee melodiche e la purezza espressiva delle pagine 'a cappella' (solo voci, senza strumenti), come la commovente sezione corrispondente al 'Fac me vere tecum flere' in cui, quasi sottovoce, Szymanowski, che durante la stesura dello Stabat Mater venne raggiunto dalla notizia della morte dell’amata nipotina, unisce la sua voce a quella del coro che chiede alla Madonna di restare con Lei presso la croce: perché «unirmi volontariamente a Te nel pianto è quanto desidero». October 2008. La forza millenaria del medievale «Ludus Danielis», cattedrale di note. C i riporta al cuore del Medioevo l’incisione discografica che l’ensemble Dufay Collective e il suo direttore William Lyons hanno dedicato al celebre Ludus Danielis (cd pubblicato da Harmonia Mundi e distribuito da Ducale); al culmine del fermento artistico e spirituale di un mondo che «andava scrollandosi di dosso la sua vecchiezza, e si rivestiva d’un bianco mantello di cattedrali», come evoca la poetica immagine di Rodolfo il Glabro, monaco benedettino e cronista vissuto tra il 985 e il 1050. Il Ludus Danielis è una sacra rappresentazione composta intorno alla metà del XII secolo dai giovani 'scholares' della cattedrale di Beauvais, importante centro culturale della Francia nord-orientale, giunta fino a noi attraverso un solo manoscritto redatto tra il 1227 e il 1234; completo nella sua veste musicale e arricchito da precise indicazioni di messa in scena, questo dramma liturgico si ispira agli episodi dell’Antico Testamento incentrati sulla figura del profeta Daniele. La vicenda prende avvio dalla sontuosa festa del re babilonese Baldassar, durante la quale una mano ignota verga la misteriosa scritta 'Mene, Tekel, Peres'; a decifrare l’enigma viene chiamato il giudeo Daniele, che predice al sovrano l’imminente sventura che si abbatterà sul suo regno ad opera del re persiano Dario. Questi, salito al trono, viene indotto dalla maldicenza dei cortigiani a condannare alla fossa dei leoni l’innocente Daniele, che viene però salvato da un angelo inviato dal Signore; il Ludus si conclude infine con la profezia messianica della nascita di Cristo e con l’intonazione dell’inno di ringraziamento Te Deum. Ogni singolo passo della sacra rappresentazione è accompagnato e commentato da una 'colonna sonora' improntata a una straordinaria ricchezza inventiva e a un’estrema varietà formale e stilistica, che lascia ampio spazio alla fantasia e all’immaginazione, sorprendendo l’ascoltatore odierno per la modernità di alcune soluzioni melodiche, la profondità di caratterizzazione dei personaggi e l’impressionante carica drammaturgica. Perché, come sostiene lo studioso Gustave Reese, «la Chiesa non fu solo la 'sala da concerti' più progredita del Medioevo, ma ne fu anche il principale teatro»; il primo, autentico 'teatro dell’Opera'. September 2008. "MEMORIA DEI": LA COLONNA SONORA DELL'ANNO LITURGICO. Una antica definizione descrive la preghiera come "MEMORIA DEI", memoria di Dio. Nel nel dialogo tra Dio e gli uomini, emozioni e sentimenti non sono annullati, ma costituiscono quella componente necessaria attraverso la quale si accede al mistero di sé. Questa bella registrazione risponde al bisogno di musiche meditative appropriate ad esprimere i diversi tempi dell'Anno Liturgico, attraverso il meraviglioso strumento dell'Organo. Si tratta di improvvisazioni organistiche che attingono al grande patrimonio del Canto Gregoriano, e di libere invenzioni dello stesso esecutore Sergio Militello, oggi uno dei migliori musicisti nel panorama internazionale. I 2 interessanti CD di musica per organo sono, pertanto, propriamente dedicati ad accompagnare i Tempi liturgici dell'Avvento e del Natale, dell'Ordinario, della Quaresima e della Pasqua, vera "colonna sonora" di quel dialogo mai interrotto tra Dio e gli uomini: una vera riflessione in musica. Il doppio CD è distribuito da ARES Edizioni (Verona), ACD 087 September 2008. Fede e aldilà, Messiaen nel lager medita il mistero dell’Apocalisse. « D i fatto, la sola realtà è di un altro ordine: essa si colloca nell’ambito della Fede. È attraverso l’incontro con un Altro che noi possiamo comprenderla. Bisogna tuttavia passare attraverso la morte e la resurrezione, ciò che suppone il salto fuori del Tempo. Piuttosto stranamente la musica può prepararci a tutto ciò come immagine, come riflesso, come simbolo…». Queste parole di Olivier Messiaen (19081992) rivestono di un significato del tutto particolare il suo Quatuor pour la fin du Temps per violino, clarinetto, violoncello e pianoforte, una delle pagine musicali più drammatiche e significative del secolo scorso. Il pezzo venne infatti concepito e scritto dal compositore francese nello Stalag VIII A, durante la detenzione nel campo d’internamento di Görlitz, in Slesia, all’interno del quale venne eseguito per la prima volta il 15 gennaio 1941, tra cumuli di neve, con strumenti di fortuna (il piano era scordato e al violoncello mancava una corda) e di fronte a un pubblico formato da centinaia di prigionieri. La principale fonte d’ispirazione di questo «Quartetto per la fine dei Tempi» va rintracciata nei versetti iniziali del X capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni, in cui un angelo disceso dal cielo annuncia: «Non vi sarà più indugio! Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio...». La lettura offerta da Trio Wanderer ( Jean-Marc Phillips-Varjabédian al violino, Raphaël Pidoux al violoncello e Vincent Cocq al pianoforte) e dal clarinettista Pascal Moraguès (cd pubblicato da Harmonia Mundi e distribuito da Ducale) scandaglia nel profondo gli otto movimenti in cui è strutturato il Quatuor; otto intricati microcosmi sonori chiamati a riflettere le tematiche religiose, le tensioni visionarie, le ricerche timbriche, ritmiche e armoniche che caratterizzano la cifra intima dell’arte di Messiaen, il cui linguaggio innovativo – «immateriale, spirituale e cattolico», secondo lo stesso compositore – si pone volutamente al di fuori di qualsiasi dimensione temporale. A rappresentare l’estremo messaggio di fede e speranza affidato a una musica che trascende la precarietà della condizione umana per affidarsi totalmente all’incontro con il Mistero. September 2008. In polifonia tra salmi e mottetti riesplode tutta la Venezia del ’500. V enezia la 'Serenissima', potenza commerciale e militare, repubblica marinara e gloriosa città-stato in cui ogni minimo particolare rifletteva la maestosità della sua concezione di insieme; i palazzi privati, le 'scuole', le chiese e le loro opere d’arte, ma anche i riti religiosi e le funzioni civili che molto spesso intrecciavano i loro percorsi attraverso un apparato cerimoniale altamente scenografico. Ganglio vitale della cultura italiana durante tutta l’età rinascimentale, richiamò in laguna le più prestigiose maestranze dell’epoca e si impose come centro musicale di assoluto rilievo, divenendo sede di una eccelsa scuola contrappuntistica e di quella nascente pratica policorale che trovò il punto di riferimento ideale proprio nella struttura architettonica della Basilica di San Marco, dotata di cantorie 'affrontate' e di organi contrapposti. Cori spezzati è dunque il titolo del disco (pubblicato da Brilliant e distribuito da Jupiter) attraverso cui il Chamber Choir of Europe e il suo direttore Nicol Matt hanno inteso rendere omaggio al repertorio 'a più cori' e alla sua eccezionale esclusività, andando a riscoprire alcune tra le pagine sacre e profane più significative scritte dai massimi compositori attivi nella Venezia del XVI secolo: il fiammingo Adriano Willaert (1490 ca.1562), i due Gabrieli – lo zio Andrea (1510 ca.-1586) e il nipote Giovanni (1557 ca.-1612) – e Claudio Merulo (1533-1604). L’incisione delle sezioni di messa (tra le quali spicca un Sanctus a 16 parti), dei salmi e dei mottetti qui raccolti è stata affidata a uno speciale doppiosupporto, compatibile sia con i tradizionali compact disc sia con il formato Super Audio CD, che offre l’opportunità di avvalersi della tecnica di registrazione multi-canale Surround (quella degli 'effetti speciali' del cinema, per intenderci); il risultato è un’immersione sonora totale, a 360 gradi, in una musica letteralmente avvolgente, di elevata spiritualità e sontuosità visionaria, che si innalza libera nello spazio tra risposte in eco e blocchi accordali, ma che nasconde continue insidie per gli interpreti, in questo caso non sempre in grado di fronteggiare le difficoltà causate dalle strette trame polifoniche e dalla loro impronta altamente virtuosistica. September 2008. Nel «Requiem» di Cherubini un coro di preghiere per le vittime della Storia. P arigi, 21 gennaio 1817; all’interno della basilica reale di Saint-Denis, nella cui cripta sin dal X secolo riposano le spoglie dei monarchi francesi, viene eseguita per la prima volta la Messe de Requiem «à quatre parties en choeur avec accompagnement à grand orchestre», commissionata da re Luigi XVIII a Luigi Cherubini (1760-1842) per rendere omaggio al fratello giustiziato ventiquattro anni prima e a tutte le vittime della Rivoluzione. Si tratta del celebre Requiem in do minore, capolavoro assoluto della letteratura sacra ottocentesca tenuto in altissima considerazione da Beethoven (che per certi versi lo preferiva al Requiem di Mozart), Mendelssohn, Schumann, Brahms, Wagner e soprattutto Berlioz, che ne celebrava «l’abbondanza delle idee, l’ampiezza delle forme, la sublimità dello stile e la costante verità di espressione». Caratteristiche portanti di un’opera che, contrariamente alla prassi dell’epoca, non prevede l’utilizzo di voci solistiche ma si fonda unicamente sull’apporto corale e strumentale, a ribadire il suo carattere di meditazione collettiva e sovrastorica sul senso profondo della vita (e quindi della morte). A quasi duecento anni dalla sua composizione, la partitura cherubiniana mantiene inalterata la sua forte carica evocativa e l’universalità del suo messaggio, come dimostra la convincente lettura offerta dalle formazioni vocali e orchestrali dei Boston Baroque sotto la bacchetta di Martin Pearlman (cd pubblicato da Telarc e distribuito da Sound and Music); attraverso un percorso spirituale di composta solennità e nobile commozione, che viene inaugurato dall’austera gravità del Kyrie iniziale e del successivo Graduale, passando attraverso i toni più accesi dell’apocalittico Dies irae e quelli maggiormente intimistici dell’Offertorium, l’impronta sfarzosa del Sanctus e quella implorante del Pie Jesu, per poi concludersi sull’invocazione finale dell’Agnus Dei, bagliore di fede e speranza acceso da un sentimento diffuso di compassione per l’umanità sofferente. A conferma dell’intuizione del poeta e drammaturgo austriaco Franz Grillparzer che nei suoi diari, paragonando i grandi musicisti alle opere compiute nei giorni della Creazione, accostò Beethoven al Caos, Mozart all’Uomo e Cherubini alla Luce. August 2008. Nella «St. Mark Passion» di Wood voci, organo e un’austera devozione. Il curriculum professionale del compositore Charles Wood ( 1866- 1926) ricalca le orme in precedenza già percorse da innumerevoli ' colleghi' britannici e si intreccia con la storia delle più blasonate istituzioni musicali della Terra d’Albione; nato ad Armagh, in Irlanda, frequentò il Royal College of Music di Londra, prima come allievo di maestri del calibro di Charles Stanford o Frank Bridge e poi a sua volta come insegnante, ma la sua carriera si svolse principalmente presso la University Musical Society e il Royal College di Cambridge, dove successe allo stesso Stanford in qualità di «Professor of Music». Il suo catalogo arrivò a comprendere quartetti per archi, un concerto per pianoforte e orchestra, cantate profane, due chamber operas, diverse canzoni per voce sola, ma è nell’ambito musicale di carattere sacro che Wood ha concentrato la maggior parte dei suoi sforzi creativi; considerato uno degli autori più prolifici del repertorio liturgico anglicano, ha pubblicato tre volumi di carole, una ventina di Uffici vespertini, oltre trenta anthems per coro misto, due adattamenti del Te Deum e quattro Communion Services. Nel 1920, su espressa richiesta di Eric Milner- White ( decano del King’s College di Cambridge), Wood scrisse la St. Mark Passion, eseguita il Venerdì Santo dell’anno successivo e recentemente incisa dal Coro del Jesus College di Cambridge, diretto da Daniel Hyde e accompagnato all’organo da Jonathan Vaughn (cd pubblicato da Naxos e distribuito da Ducale). La partitura è suddivisa in cinque grandi sezioni – denominate Lessons – che ripercorrono le vicende estreme della vita terrena di Gesù (l’ultima cena, la preghiera al Getsemani e la cattura, il processo davanti al sinedrio e il rinnegamento di Pietro, l’interrogatorio di Pilato, la crocifissione), intervallate tra loro da riflessioni, preghiere e salmi – The Hymns – che riecheggiano i corali della tradizione protestante. Molto semplice e lineare nella sua concezione formale e stilistica, questa cantata-passione in lingua inglese, pur non toccando i vertici di teatrale drammaticità dei capolavori bachiani, si lascia apprezzare per il clima austero di devozione popolare con cui intende promuovere la partecipazione diretta dell’assemblea dei fedeli. July 2008. La direzione di Colin Davis esalta l’eccelso Requiem di Mozart. G li ultimi istanti di vita di Wolfgang Amadeus Mozart (1756 1791) sono sempre rimasti avvolti dal mistero; secondo la testimonianza della cognata, solo poche ore prima di morire il compositore, ormai costretto a letto, ripassava ad alta voce i passaggi salienti della partitura a cui stava lavorando, il Requiem, spiegando all’allievo Franz Xaver Süssmayr come avrebbe dovuto terminarla in sua vece. Sin dalle prime biografie (su tutte quella di Stendhal) per arrivare alle più rinomate imprese cinematografiche (si pensi al film Amadeus di Forman), l’estremo capolavoro del musicista salisburghese ha richiamato alla mente oscure premonizioni, presunti avvelenamenti ed emissari mascherati, che si sono così sovrapposti alla reale richiesta da parte del conte Franz von Walsegg di una composizione liturgica in memoria della giovane moglie prematuramente scomparsa; ma la 'Messa da Requiem' mozartiana si spinge ben oltre la sua tenebrosa leggenda e diventa paradigma di immanente trascendenza. Pur nella sua inquietante incompiutezza, quest’opera sublime porta infatti in scena l’imprescindibile appuntamento con il Destino, con quel 'convitato di pietra' presentito dall’autore lungo tutto l’arco della propria parabola umana e artistica, tra le pieghe dell’intenso epistolario come tra i righi musicali del pentagramma; un incontro che, fatalmente, assume qui i toni del profetico dialogo con la morte. È così che ce lo restituiscono, sotto l’ispirata direzione di Colin Davis, le compagini corali e orchestrali della London Symphony e le quattro voci soliste di Marie Arnet, Anna Stéphany, Andrei Kennedy e Darren Jeffery (Super Audio Cd pubblicato da LSO Live e distribuito da Sound and Music); come una meditazione profonda e drammatica dell’uomo di fronte a Dio, del peccatore di fronte al compimento della propria esistenza che si disvela nel trepido e severo incedere dell’Introitus come nel tumultuoso polittico della Sequentia dove, tra gli apocalittici pannelli del Dies Irae e del Confutatis, si apre lo squarcio luminoso del Rex tremendae majestatis: di una domanda che appare quasi flebile dinnanzi al «Re di terribile maestà», ma che di fronte alla gratuità della misericordia divina diventa fiduciosa invocazione di pietà e di perdono. May 2008. Tornano i mottetti di Carissimi opere di devozione e virtuosismo. « G iacomo Carissimi, musicista eccellentissimo e di grande fama. Degnissimo Maestro della chiesa di Sant’Apollinare del Collegio Germanico per lo spazio di molti anni, emerge sugli altri per l’ingegno e la felicità della composizione, capace di trasportare gli animi degli ascoltatori verso qualunque sentimento. Sono infatti le sue composizioni piene di succo e di vivacità di spirito…». Con queste parole, nel suo celebre trattato Musurgia universalis, il grande erudito gesuita Athanasius Kircher inquadrava la figura e l’arte di Giacomo Carissimi (1605-1674), per oltre quarant’anni maestro di cappella presso la romana Basilica di Sant’Apollinare (vero e proprio centro propulsore della Controriforma), nonché punto di riferimento assoluto nel percorso di definizione ed evoluzione dell’oratorio in lingua latina. In tale prospettiva, da oltre vent’anni Flavio Colusso – studioso e musicologo, compositore e direttore d’orchestra – si sta dedicando con impegno profondo e inesausta passione d’interprete alla riscoperta e all’esecuzione dei massimi capolavori del compositore di Marino; a capo dell’ensemble vocale e strumentale Seicentonovecento e di un valente manipolo di cantanti solisti è oggi approdato a una selezione di mottetti carissimiani tratti dalla raccolta intitolata Arion Romanus, stampata a Costanza nel 1670 e dedicata al vescovo locale Franz Joseph, Principe del Sacro Romano Impero (cd pubblicato e distribuito da MusicaImmagine Records). Si tratta di pagine virtuosistiche di diversa ispirazione e destinazione liturgica, per un organico compreso da una a cinque voci con accompagnamento di violini e basso continuo, «composte di arte e singolare dolcezza miste insieme», come recita la dedica della prima edizione a stampa; tra effetti d’eco, episodi in stile recitativo e concertato, arie solistiche e madrigali, la felice impronta creativa di Carissimi, grande conoscitore delle potenzialità tecniche ed espressive offerte dal variopinto universo della pratica vocale, riesce a coniugare mirabilmente la profondità del proprio sentire religioso a una vivida vena drammaturgica, offrendo spessore di teatrale devozione a quelle «compositiones succo et vivacitate spiritus plenae » tanto care ai teorici musicali del suo tempo. May 2008. Layton rilegge le opere di Bruckner grande talento mistico dell’800. Anton Bruckner (1824-1896) è stato il più importante compositore di musica da chiesa dopo Johann Sebastian Bach; lo sapeva bene quell’illuminato Kapellmeister di Eugen Jochum, che tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso si è dedicato, con assiduità e profondità d’indagine, all’incisione discografica delle più significative opere corali sacre dell’autore austriaco. Lo sa bene oggi anche il direttore inglese Stephen Layton che, a capo del complesso orchestrale Britten Sinfonia e di quello vocale Polyphony, ha registrato alcune splendide pagine che ripercorrono l’intera carriera di Bruckner e offrono una panoramica esauriente del suo magistero compositivo (cd pubblicato da Hyperion e distribuito da Sound and Music); dalla toccante Ave Maria a sette parti del 1861 (che è considerata il suo primo capolavoro in miniatura), alla Messa n. 2 in mi minore per coro a otto voci e orchestra di strumenti a fiato (concepita nel 1866, poi ripresa nel 1882) e fino ad altri sei mottetti 'a cappella', Pange lingua (1868), Locus iste (1869), Os justi (1879), Virga Jesse floruit (1885), Christus factus est (1884) e Vexilla regis (1892). Lo stacco di tempi lenti scelto da Layton consente di fermarsi a riflettere su ogni dettaglio, dalle linee melodiche portanti agli episodi in controcanto e in imitazione, permettendo a ogni singola componente del ricco stile di scrittura bruckneriano di risaltare e integrarsi con una trasparenza di memorabile suggestione; nella dimensione cosmica di un flusso musicale ininterrotto, che procede senza increspature e con estrema naturalezza tra le trame dense del fitto intreccio polifonico. Antitesi esemplare dell’artista ottocentesco quale poteva per esempio essere un Berlioz, un Liszt oppure un Wagner, per il suo carattere schivo, per gli atteggiamenti goffi e impacciati, ma soprattutto per il suo fervore religioso e la fede incrollabile Bruckner venne addirittura fatto oggetto di scherno e via via definito 'potente edificatore di cattedrali sinfoniche', 'il più mistico dei compositori' o ancora 'il giullare di Dio'; il suo riscatto è tutto qui, tra i righi di pentagramma di queste solidissime opere, dalle quali emerge l’autorevole statura e la titanica forza di un 'gigante di Dio'. May 2008. Nella voce del controtenore Mena il fascino mistico del culto a Maria. S crigno prezioso di uno straordinario tesoro, questo disco racchiude alcune splendide pagine sacre dedicate alla Vergine dai maggiori compositori attivi presso la corte imperiale di Vienna tra la seconda metà del Seicento e i primi decenni del XVIII secolo; lungo un periodo costellato di sanguinosi conflitti e dure prove causate da eventi drammatici come la Guerra dei Trent’Anni, l’invasione dei Turchi (che nel 1683 si spinsero addirittura alle porte della capitale austriaca) o ancora il flagello della peste, ma durante il quale il culto della Madonna continuava a rappresentare una fonte inesauribile di fede e di speranza. Accompagnato dal suono antico di un ensemble di strumenti originali – il Ricercar Consort, diretto alla viola da gamba da Philippe Pierlot – il controtenore spagnolo Carlos Mena svela con discrezione il fascino mistico di questa silloge di lavori di carattere religioso, sospinto da una forza d’immedesimazione che lo porta a sgranare ogni singolo brano come se si trattasse dei Misteri della corona del Rosario. Per celebrare l’eterna devozione verso Colei che ha tracciato la strada della salvezza per l’intera umanità e che qui viene mirabilmente rievocata attraverso il dolente afflato dello Stabat Mater di Giovanni Felice Sances (1600-1679), conosciuto anche come 'Pianto della Madona' (cd pubblicato dall’etichetta Mirare e distribuito da Ducale); opera meravigliosa per la raffinatezza e la perfezione della scrittura musicale, per la bellezza delle linee melodiche del canto, ma soprattutto per l’intensità degli affetti e per la poetica commozione con cui vengono descritti i sentimenti di strazio, dolore e abbandono che ritraggono la Madre ai piedi della Croce 'dum pendebat Filius'. Insieme con un anonimo Salve Regina, l’Ave Maria di Johann Joseph Fux, il mottetto Alma redemptoris Mater di Marc’Antonio Ziani e alcune virtuosistiche Sonate da chiesa per violino solo di autori come Johann Heinrich Schmelzer e Antonio Bertali, nella tracking list del cd trova posto anche un pregevole Regina coeli scritto dallo stesso imperatore Leopoldo I che, tra un consiglio di guerra e un’ambasceria ottomana, trovava anche il tempo per affidare alla musica la sua personale preghiera d’intercessione alla Vergine Maria. April 2008. Nel Requiem da camera di Brahms il dolore si trasforma in speranza. « È uno dei più grandi, dei più personali colloqui con la Morte»: con queste parole il critico Alfred Einstein ha messo a tema il nucleo germinale e la cifra stilistica del Requiem tedesco di Johannes Brahms (1833-1897). Di un’opera monumentale che, all’interno dello sconfinato repertorio di musica sacra, si impone paradossalmente per il suo carattere 'non liturgico' e 'non cattolico'. È stato infatti lo stesso compositore a scegliere dalle Sacre Scritture – nella traduzione 'riformata' e in lingua tedesca approntata nel XVI secolo da Lutero – i testi che avrebbero incorniciato il suo grandioso affresco sul significato ultimo dell’esistenza; soffermandosi proprio su quei passi biblici in cui appaiono più evidenti i richiami fiduciosi a un abbandono finale nell’abbraccio divino, personalizzando in modo decisivo l’orientamento spirituale di un lavoro che doveva assumere per lui i toni sommessi dell’estremo commiato dalla vita terrena. In tal senso, dall’originale versione con accompagnamento orchestrale Brahms ha in un secondo tempo realizzato una rielaborazione per soprano, baritono, coro e pianoforte a quattro mani; non già una semplice 'riduzione', ma una vera e propria rivisitazione, attraverso la quale l’autore ha inteso portare alla luce la dimensione maggiormente intima e personale della sua posizione di fronte al mistero più insondabile. Sfida prontamente raccolta da Harry Christophers, che del capolavoro brahmsiano ha realizzato una pregevole incisione discografica (pubblicata da Coro e distribuita da Jupiter) facendosi accompagnare dalle voci soliste di Julie Cooper e Eamonn Dougan, dal gruppo vocale The Sixteen, da Gary Cooper e Christopher Glynn al pianoforte (un 'filologicamente corretto' Bösendorfer del 1872). Abituato a frequentare i più splendenti gioielli polifonici dell’età rinascimentale, il direttore inglese si addentra tra i chiaroscuri della versione cameristica del Deutsches Requiem con notevole disinvoltura, e ciò che a un primo ascolto può risultare perso in termini di orchestrazione viene guadagnato in termini di raccoglimento e meditazione, chiarezza del contrappunto ed espressività dell’apporto corale; riconducendo le grandi riflessioni esistenziali alla portata di un dramma a misura d’uomo. April 2008. Alla riscoperta del «Codex Faenza» scrigno della spiritualità medievale. Ansia di innovare, volontà di stupire, necessità di comunicare, ma anche un segreto compiacimento nell’utilizzo di messaggi occulti e di sofisticati artifici virtuosistici: in Italia, a cavallo tra XIV e XV secolo, i protagonisti dell’arte musicale si affidarono a queste irrinunciabili componenti per assecondare i grandi fermenti che accompagnavano i mutamenti del panorama culturale, sociale, religioso e politico allora in atto. Manifesto emblematico e programmatico di tali tendenze, il manoscritto 117 della Biblioteca Comunale Manfrediana di Faenza – compilato intorno ai primi del ’400 e conosciuto come 'Codex Faenza' – si impone come una delle testimonianze più significative e rappresentative delle forme e degli stilemi all’epoca massimamente in auge, all’interno del quale troviamo raccolte le chansons del grande Guillaume de Machaut al fianco delle ballate e dei madrigali di Francesco Ladini e Jacopo da Bologna. Tralasciando tali pagine maggiormente note e frequentate, sotto il titolo di Faventina il direttore argentino Pedro Memelsdorff e il suo ensemble vocale e strumentale Mala Punica hanno estrapolato dal Codice di Faenza unicamente il repertorio liturgico, andando a recuperare dal manoscritto originale (e in alcuni casi letteralmente a ricostruire) i brani dedicati all’Ordinarium Missae (quattro Kyrie, un Gloria e un Alleluja, in cui alcune intonazioni corali gregoriane vengono a tratti accompagnate o eseguite in alternatim all’organo) insieme con antifone, inni e salmi chiamati a fungere da traccia per un ipotetico Vespro mariano (cd pubblicato da Ambroisie e distribuito da Deltadischi). Musiche nate in una sorta di laboratorio di sperimentazione, in cui spinte avanguardistiche e funambolismi esecutivi, complessità cerebrali e vocazioni geometriche non perdono una stilla del loro fitto pensiero pur stemperandosi in armonia, grazia e finitezza. In questa audace interpretazione, acquistano poi una valenza ulteriore: una forza espressiva scenografica, quasi teatrale, per meglio dire 'rappresentativa', che ci rivela la straordinaria unicità e l’enigmatica portata di composizioni caratterizzate da un’algida spiritualità e da una raffinata scrittura. Un nuovo bagliore sul tramonto del Medioevo. April 2008. Il biblico Samuele di Ferdinand Ries l’allievo prediletto di Beethoven. «Lo studio con Beethoven è molto più impegnativo del previsto; la precisione che pretende da me supera di molto ogni immaginazione…». Aveva diciannove anni il tedesco Ferdinand Ries (1784-1838) quando cominciò a frequentare le lezioni di pianoforte presso colui che rappresentava il modello di riferimento indiscusso del panorama musicale contemporaneo. Il giovane allievo, che avrebbe in seguito avuto l’onore di esibirsi come solista nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 dell’illustre maestro e che ne sarebbe diventato una sorta di segretario privato, coltivava anche velleità creative sin da quando era bambino. Possiamo solo immaginare con quale timore reverenziale abbia quindi deciso di dedicarsi alla composizione, avvertendo l’ombra del genio beethoveniano allungarsi su ognuna delle pagine che scriveva. Il primo compito che gli venne affidato dal maestro fu quello di copiare le parti dell’oratorio Cristo sul Monte degli Ulivi, lavoro che Ries dovette tenere in somma considerazione allorquando nel 1836 ricevette la commissione di un’opera sacra da parte del Festival musicale di Aachen. Nacque in quell’occasione Die Könige in Israel, oratorio in due parti ispirato alle vicende bibliche tratte dal 'Primo libro di Samuele' e dedicato appunto alle storie dei Re d’Israele, alla guerra tra Ebrei e Filistei, alla caduta in disgrazia di Saul e all’elezione di David. Una partitura in cui non mancano spunti musicali originali e di assoluto interesse, sempre condotta all’insegna di una forte tensione narrativa, in cui la ricchezza del materiale melodico viene plasmata attraverso arie di preghiera e di meditazione, episodi di ampio respiro sinfonico e interventi policorali di grande effetto; un grandioso affresco sonoro di forte temperie romantica fedelmente riproposto dall’edizione discografica (due super audio cd pubblicati da Cpo e distribuiti da Sound and Music) approntata di recente da Hermann Max a capo del complesso vocale Rheinische Kantorei, del gruppo orchestrale Das Kleine Konzert e di una nutrita schiera di cantanti solisti, sopra i quali si impongono le doti espressive e il timbro chiaro del tenore Markus Schäfer (un David illuminato) e la maturità interpretativa del basso Harry van der Kamp (uno statuario Saul). April
2008. Danze e canti dei pellegrini del 300 nel cammino
verso Montserrat. P regavano, cantavano e ballavano i fedeli
che in secoli lontani si recavano in pellegrinaggio al santuario
mariano di Montserrat, arroccato tra i rilievi della Catalogna;
esprimevano così la gioia spntanea e la loro devozione nei confronti
di quella Madonna Nera che rappresentava il 'termine fisso' del
loro lungo cammino. Riti e consuetudini fedelmente testimoniati
da uno dei più importanti manoscritti d’epoca medievale, compilato
verso la fine del Trecento, fortunatamente scampato a incendi, saccheggi
e passato alla storia col nome di Llibre Vermell, a causa del
colore rossastro della custodia con cui era stato rilegato; al
suo interno troviamo raccolti documenti relativi ai miracoli compiuti
dalla Vergine, racconti sul pellegrinaggio al 'Monte Serrato',
ma anche una piccola e straordinaria silloge musicale che comprende
brani di carattere sacro e canzoni da ballo «ad trepudium rotundum».
Nella loro stupefacente varietà formale e strutturale, le dieci
composizioni di questo codice tornano oggi a risuonare nell’affascinante
cd intitolato Llibre Vermell de Montserrat (pubblicato da Ricercar
e distribuito da Jupiter) che, sotto la guida del maestro Christophe
Deslignes, vede impegnati addirittura quattro differenti ensemble
nella ricostruzione di un’ipotetica cerimonia religiosa: il gruppo
Millenarium (che fornisce l’apporto strumentale tradizionalmente
assegnato ai jongleurs), il Choeur de Chambre de Namur (a rappresentare
l’assemblea dei pellegrini a cui sono affidati i brani del 'libro
vermiglio'), le formazioni vocali Psallentes e Les Pastoreaux
(la schola cantorum dei monaci che intona il servizio liturgico
attingendo al repertorio gregoriano). Tra canoni, antifone, mottetti
polifonici, ballate e 'virelai' d’alta fattura (come il trascinante
Stella splendens o il celestiale Mariam Matrem), il disco – come
del resto la sezione musicale del manoscritto – si chiude simbolicamente
con il canto Ad mortem festinamus, il più antico esempio di 'danza
macabra' mai pervenuto: ultimo e definitivo tassello a coronamento
del viaggio terreno dell’homo viator, che concepisce la propria
esistenza come un metaforico percorso di avvicinamento a Dio,
le cui tappe sono scandite da confessioni, penitenze e lunghi pellegrinaggi. March 2008. Jordi Savall ci porta sotto la Croce con le «Ultime parole» di Haydn. «Nella cattedrale di Cadice era tradizione eseguire ogni anno un oratorio per la Quaresima, in cui la musica doveva tener conto delle seguenti circostanze. I muri, le finestre, i pilastri della chiesa erano ricoperti di drappi neri e solo una grande lampada che pendeva dal centro del soffitto rompeva quella solenne oscurità. A mezzogiorno le porte venivano chiuse e aveva inizio la cerimonia. Dopo una breve funzione il vescovo saliva sul pulpito, pronunciava una delle ultime sette parole di Gesù sulla croce e la commentava. Dopo di che scendeva dal pulpito e si prostrava davanti all’altare. Questo intervallo di tempo era riempito dalla musica. Il vescovo saliva in cattedra e ne discendeva una seconda, una terza volta, e così via, e ogni volta l’orchestra interveniva al termine di ogni sermone. La musica da me composta dovette adattarsi a queste circostanze e non fu facile scrivere sette Adagi, ciascuno della durata di circa dieci minuti, che mantenessero in raccoglimento gli ascoltatori…». Nei ricordi di Franz Joseph Haydn (1732-1809), l’origine della composizione delle Sette ultime Parole di Cristo sulla Croce è strettamente legata alla destinazione liturgica e al suggestivo apparato rituale che ne prevedeva l’esecuzione durante le cerimonie del Venerdì Santo; strutturato in sette movimenti lenti strumentali, incorniciati da un’Introduzione («Maestoso ed Adagio») e dal Terremoto finale («Presto con tutta la forza»), questo oratorio, paradossalmente 'senza parole', aveva la funzione principale di stimolare le riflessioni e amplificare i sentimenti evocati dalla lettura dei brani evangelici. Perfettamente in linea con tale orientamento, con la consueta e ormai proverbiale profondità di pensiero musicale Jordi Savall guida l’Hesperion XXI in un’ennesima lettura di riferimento assoluto (sacd pubblicato da Alia Vox e distribuito da Jupiter), calibrando ogni stacco, ogni fraseggio, ogni minima sfumatura espressiva ed elevando questa opera sublime a paradigma esistenziale universale; affinché, come ha sottolineato lo stesso maestro catalano nel booklet del disco, le frasi pronunciate sulla croce dal Salvatore vengano «convertite dalla forza della sensibilità, della compassione e dell’empatia nelle 'Ultime Parole dell’Uomo'». February 2008. Tornano a vibrare le Lamentazioni del profeta Geremia. Gli amanti della musica antica, e in particolare del repertorio di carattere sacro, hanno col tempo imparato a conoscere e apprezzare il vasto corpus di opere che, nel corso dei secoli, alcuni tra i più illustri compositori della storia hanno dedicato alle cosiddette Lamentationes Hieremiae Prophetae, le celebri 'lamentazioni' bibliche che il profeta Geremia, affranto e desolato, ha innalzato di fronte alla distruzione di Gerusalemme del 586 a.C.: «Ah, come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni; un tempo signora tra le province è sottoposta a tributo. Essa piange amaramente nella notte, le sue lacrime scendono sulle guance; nessuno le reca conforto, fra tutti i suoi amanti; tutti i suoi amici l’hanno tradita, le sono divenuti nemici…». A partire da Orlando di Lasso, Tomas Luis de Victoria e Cristóbal de Morales per arrivare a Giovanni Pierluigi da Palestrina, Emilio de’ Cavalieri e Alessandro Stradella, i più geniali talenti dell’arte creativa musicale hanno rivestito di splendide melodie questi struggenti versi dell’Antico Testamento, che venivano tradizionalmente intonati in occasione dei 'Notturni' del Triduo pasquale, durante l’'Ufficio delle Tenebre': al calare della notte della vigilia di Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, quando i ceri, disposti a forma di triangolo nei pressi dell’altare, venivano spenti l’uno dopo l’altro e la chiesa cadeva nella più completa oscurità. A questi antichi rituali, carichi di suggestione e di devota partecipazione, si riferisce il progetto discografico intitolato Lamentazioni per la Settimana Santa (pubblicato da Harmonia Mundi e distribuito da Ducale), in cui Jean-Marc Aymes e il suo ensemble Concerto Soave hanno affiancato composizioni anonime alle pagine di alcuni autori di primo piano attivi a Roma intorno alla metà del Seicento: Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Giacomo Carissimi (1605-1674) e Giovanni Francesco Marcorelli (circa 1615-1675). Al soprano argentino Maria Cristina Kiehr spetta il ruolo di protagonista assoluto, voce duttile e ispirata, emotivamente impegnata in una vera e propria 'grammatica del dolore' declinata nel solco del cammino penitenziale che rispecchia i tormenti di un’umanità dolente. February 2008. «Echi gregoriani nella musica d’organo» è l’eloquente e suggestivo sottotitolo del doppio cd Concordia discors (pubblicato da Bottega Discantica e distribuito da Ducale), progetto discografico di altissimo profilo che, all’interno di un variopinto e affascinante programma, avvicina la più antica e solenne tra le forme di preghiera musicale, il canto gregoriano, al sovrano degli strumenti, l’organo, 'voce' senza tempo di pievi e cattedrali, ma anche 'orchestra' in miniatura che da sempre accompagna le assemblee dei fedeli durante le funzioni liturgiche. Il centro gravitazionale di questo disco va individuato nella tensione ideale con cui musica e spirito entrano in contatto e insieme concorrono alla ricerca di un punto di incontro risolutivo: nell’evidente tentativo di riaffermare quei nessi costitutivi dell’individuo attraverso i quali l’espressione artistica più profonda diventa autentica esperienza mistica. Su queste tracce si sono dunque mossi l’ensemble vocale Officium Consort – diretto da Danilo Zeni – e l’organista Francesco Finotti, esecutore sensibile e raffinato che fa risuonare 'in alternatim' ad alcuni inni del repertorio gregoriano le relative composizioni per tastiera 'a tema', come le parafrasi e le elaborazioni del sommo Johann Sebastian Bach (la Passacaglia e Fuga BWV 582 e il corale Komm, Gott, Schöpfer, Heiliger Geist BWV 667), gli adattamenti di Franz Liszt ( Lux aeterna e Les Morts), le opere di Marcel Dupré (lo straniante Pange lingua) e quelle di Erik Satie (il 'Kyrie' dalla Messe des Pauvres), i brani di Jean Langlais ( Mors et resurrectio) e quelli del grande Olivier Messiaen (la visionaria Apparition de l’Église Éternelle). Echi, spunti, evocazioni, rimandi e fonti di ispirazione che s’intrecciano tra loro in un abbraccio che ripercorre secoli di storia e che sembra riagganciare alla chiesa ciò che illustri interpretazioni estetizzanti e incisioni discografiche patinate ci hanno da tempo abituato a sentire staccato; e il 'canto' dell’organo, possente cassa di risonanza di istanze creative sperimentali e di struggenti tensioni spirituali, trova il suo contrappunto ideale nel 'suono' offerto dalle severe intonazioni gregoriane, strumento privilegiato con cui l’uomo innalza le proprie lodi a Dio. January 2008. La Missa del fiammingo Ockeghem esplosione di spiritualità e musica. I grandi maestri della polifonia fiamminga hanno apposto un esclusivo sigillo su quasi due secoli di storia della musica, custodendo gelosamente e tramandandosi i segreti e i fondamenti di una tradizione destinata a perpetuarsi per quasi due secoli; autori come Dufay, Josquin, Willaert, Lasso o Sweelinck hanno inaugurato una vera e propria scuola e disseminato di capolavori assoluti il firmamento della più raffinata arte del contrappunto, accompagnandone l’evoluzione dal tramonto del Medioevo lungo tutto il corso del Rinascimento fino agli albori del Barocco. Esponente di spicco della seconda generazione di 'maestri oltremontani' – come venivano chiamati in Italia i musicisti fiamminghi – Johannes Ockeghem (1425 ca.-1497) fu 'maistre de la chappelle de chant' presso la corte reale francese e venne celebrato in vita dalle più autorevoli figure del panorama culturale contemporaneo; il suo genio creativo si è espresso con maggior evidenza nel repertorio di carattere religioso, divenuto per lungo tempo pietra di paragone e riferimento imprescindibile per chiunque si volesse dedicare alla composizione di opere sacre. Dal suo vasto catalogo liturgico l’ensemble vocale Musica Nova diretto da Lucien Kandel ha scelto di registrare la Missa 'Cuiusvis toni' (2 cd pubblicati da Aeon e distribuiti da Ducale), un’opera che, come suggerisce l’indicazione del titolo ('in qualsivoglia modo'), può essere cantata in ognuno dei quattro modi 'autentici' in uso durante l’epoca rinascimentale (dorico, frigio, lidio e misolidio), opportunamente cambiando la combinazione delle chiavi in armatura e delle tonalità fondamentali. Una sorta di antesignana Arte della fuga di bachiana memoria, che per la prima volta in assoluto viene qui completamente ricostruita – alla luce di trattati medievali di teoria e pratica, notazione e solmisazione (l’antico solfeggio) – e riproposta nelle quattro diverse possibili esecuzioni alternative, dove tecnica compositiva, scrittura virtuosistica, esuberanza melodica e vivacità ritmica si coniugano con la dimensione più speculativa e cerebrale del pensiero musicale di Ockeghem, che ancora una volta dimostra una familiarità prodigiosa con la parola sacra e con il profondo senso di mistero che è chiamata a evocare. January 2008. Da Missa a Pater Noster la missione evangelica e musicale di Vasks. «P enso che io e mio padre abbiamo fondamentalmente dedicato la vita alle medesime cose: lui era un pastore protestante, io sono un compositore, ma abbiamo sempre condiviso lo stesso desiderio di rivolgerci alla dimensione spirituale dell’uomo e di vivere senza mai prescindere da essa; di aiutare gli altri a capire che siamo destinati all’eternità e di domandarci in continuazione se non ce lo stiamo dimenticando…». È nel contempo un manifesto artistico e una professione di fede quella che il musicista lettone Peteris Vasks (classe 1946) ha affidato a queste sue parole: il baricentro esistenziale attorno al quale ruota e si alimenta un percorso creativo in cui le più profonde convinzioni in campo estetico e religioso arrivano a coincidere. Al fianco di personaggi come gli estoni Arvo Pärt e Veljo Tormis o il lituano Algida Martinaitis, Vasks rappresenta una delle figure più autorevoli del variegato e stimolante panorama che caratterizza l’attuale momento di rinascita culturale dei giovani Stati dell’area baltica; il progetto discografico realizzato dal Coro della Radio Lettone e dall’orchestra Sinfonietta Riga diretti da Sigvard Klava (cd pubblicato da Ondine e distribuito da Jupiter) raccoglie alcune delle sue più significative pagine sacre composte durante l’ultimo ventennio, sull’onda della ritrovata libertà di culto e, conseguentemente, di espressione artistica garantita dalla caduta del Muro di Berlino e dall’indipendenza politica delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica. In opere come Missa (la cui versione corale risale al 2000, ma che poi è stata rielaborata nel 2005 con l’aggiunta dell’orchestra) o Dona nobis pacem (1996) si assiste al definitivo superamento dello scontro concettuale 'avanguardistico' a favore del recupero di una ritrovata impronta armonico- melodica spesso ricavata dalla ricca tradizione musicale locale. Principi stilistici che si riflettono in modo particolare nella serenità pacificante con cui Vasks ha rivestito di musica le parole del Pater noster (1991) che, per sua stessa ammissione, rappresentano l’essenza stessa della preghiera: «Un momento di massima concentrazione spirituale, un atto di fede per chiedere una guida sicura in questo mondo in cui spesso ci sentiamo abbandonati». January 2008. Torna insieme la famiglia Scarlatti la «Dinasty» della musica italiana. E’ una sorta di 'saga familiare' quella che ci viene raccontata nel disco intitolato Polyphonic music by the Scarlatti family (pubblicato da Etcetera e distribuito da Sound and Music): uno spaccato di storia musicale del nostro Paese tra XVII e XVIII secolo, ricostruita appunto attraverso le pagine sacre di tre autori di fama europea legati tra loro da uno stretto vincolo di parentela. A partire dal rinomato Alessandro Scarlatti (1660-1725) – capostipite della grande scuola napoletana fiorita in pieno Settecento – e dall’altrettanto celebre figlio Domenico (1685-1757) – già maestro della Cappella Giulia in Vaticano e universalmente acclamato per la sua vasta produzione di Sonate per clavicembalo – per arrivare alla figura del meno conosciuto Francesco (16661641), fratello di Alessandro, le cui alterne vicende lo portarono dapprima a cercare fortuna a Milano e presso la corte imperiale di Vienna, per poi trasferirsi infine a Londra e quindi a Dublino, dove morì in condizioni disagiate. Guidato da Florian Heyerick, il gruppo Ex Tempore mette qui a disposizione sia le forze vocali (con una compagine corale a quattro parti all’interno della quale vengono via via prescelti i cantanti per gli interventi solistici) che quelle strumentali (violino, viola, violoncello e organo) per affrontare l’estrema varietà stilistica e formale di un progetto discografico che trova il proprio asse portante nel solenne Magnificat e nella sorprendente Missa quatuor vocum di Domenico (opera di incerta datazione conservata in un manoscritto custodito presso il Palazzo Reale di Madrid), al fianco di un rigoglioso Salve Regina di Alessandro (tratto dai Concerti sacri op. 2 pubblicati ad Amsterdam nel 1708) e al contemplativo Miserere che Francesco aveva scritto come biglietto da visita per l’ammissione alla Cappella musicale di Carlo VI d’Asburgo. Opere che si abbeverano alla sobrietà dello 'stylus antiquus' e al magistero contrappuntistico radicato nella più profonda tradizione palestriniana, ma che presentano frquenti quanto discrete aperture verso istanze compositive prettamente barocche, soprattutto nella ricerca di una finissima 'espressione degli affetti', tra richiami di austera spiritualità e spunti di intensa teatralità.
|